Teatro

La tempesta di Shakespeare: quando la frattura si rimargina

Un’omogeneità eterogena distingue l’adattamento de ‘La tempesta’ diretto da Romano Pigliacelli: un’isola magica e un sapere antico rivivono nell’intonazione aulica e nell’interpretazione viscerale di Matteo Fasanella, mentre la regia mette in risalto la modernità di Shakespeare, facendola affiorare attraverso un linguaggio fresco e immersivo.

Nell’adattamento di Romano Pigliacelli, in scena il 25 settembre al Teatro San Gaspare, una frattura ha preso corpo: quella tra le sponde autentiche di un cuore genuino, consacrato al sapere antico della magia, e l’ordinarietà, talvolta la meschinità, di un’umanità che si lascia corrompere dal potere o rimane imprigionata nella mediocrità dei propri conflitti. Da una parte Prospero, dall’altra i traditori: il giusto, come il Duncan del Macbeth, contrapposto a coloro che hanno smarrito la saggezza e si sono lasciati sedurre dall’ambizione, dal potere e dal desiderio.

È una ferita che non rimane confinata nelle parole di Shakespeare: si materializza sulla scena, diventa palpabile e fisica nella recitazione degli attori, assumendo forme differenti a seconda dei mondi cui appartengono. In particolare, nella musicalità e nell’espressività di Matteo Fasanella, prende vita un Prospero solenne, elegante, di estrema sensibilità. La sua voce possiede una filigrana di sfumature capace di affondare nell’emotività del pubblico; la sua presenza scenica colma la distanza tra passato e presente e incarna il mondo primordiale del sapere.

La solennità quasi arcaica della parola, l’impostazione più vicina alla tradizione shakespeariana, appare così perfettamente coerente con la scelta di Prospero di inabissarsi nella conoscenza dei libri e delle arti magiche. Dopo il tradimento, egli è diventato il custode di un sapere antico e, insieme, un uomo profondamente immerso nella natura, che attraverso la magia riesce a governare e piegare alle proprie volontà. Ma quel potere, apparentemente assoluto, è destinato a condurlo verso una consapevolezza ulteriore.

Prospero è un uomo saggio che dovrà raggiungere una saggezza ancora più profonda: quella del perdono. La sua vendetta, infatti, non può compiersi fino in fondo senza trasformarsi in rinuncia alla vendetta stessa. Il cammino verso la riconciliazione diventa allora il vero approdo della tempesta: non la distruzione dell’altro, ma il superamento della propria ferita. Vediamo il Prospero di Fasanella mutare lentamente il proprio sguardo sul mondo degli uomini: al centro della scena, anima sola, si volta verso un orizzonte che non vedeva: mentre tutti gli altri danzano tra le spiagge dell’inconsapevolezza, lui che ha sofferto e conosciuto la vera rabbia sfiora il raggio di luce della pace.

A lui si contrappone il mondo dell’ordinarietà, rappresentato da Sebastiano, interpretato da Luca Varone, e dagli altri personaggi che abitano la dimensione più terrena della vicenda. La loro recitazione è moderna, immediata, talvolta colloquiale; il linguaggio li avvicina al presente e alla concretezza del quotidiano. Sono immersi nei desideri, nelle ambizioni, nelle rivalità e nei conflitti dell’uomo comune. La distanza dal registro di Prospero diventa così una distanza tra mondi: non soltanto tra passato e presente, ma tra differenti possibilità dell’essere umano.

A rompere questa dicotomia intervengono gli spiriti, affidati soprattutto a una recitazione fisica nella quale il corpo prende il posto della parola o le si sovrappone con la stessa forza. La loro presenza sembra materializzare sulla scena ciò che normalmente rimane invisibile: un’energia altra, irrazionale, quasi primordiale. Se Prospero governa la magia attraverso la conoscenza e la parola, gli spiriti sembrano invece essere la magia fatta corpo.

Ariel (Leonardo Nenna) è leggero e flebile nei movimenti, agile e armonioso, febbrile e nervoso, quasi sospeso in una dimensione che non conosce il peso della materia, anche se ancora prigioniero e pertanto inappagato e sofferente. Calibano (Antonio Frazzoni), al contrario, è possente e gravoso: il suo corpo sembra concentrarsi nel peso, nel tonfo, nella fisicità della voce, dando vita a una materialità soprannaturale. È uno spirito inquieto, insoddisfatto, bisognoso di affetto e approvazione, attraversato dalla gelosia e dal rancore. Anche nel suo corpo, dunque, la magia assume una forma diversa: non leggerezza e armonia, ma materia, desiderio e frustrazione.

Tre dimensioni finiscono così per convivere sulla scena: il sapere antico di Prospero, la concretezza ordinaria degli uomini e la fisicità misteriosa degli spiriti. È attraverso il loro contrasto che La tempesta trova una forma contemporanea senza rinunciare alla propria natura più profonda. E la ferita iniziale, quella che aveva separato Prospero dal mondo e dagli uomini, può infine rimarginarsi soltanto quando la conoscenza lascia spazio alla consapevolezza e la vendetta al perdono.

Ma la modernizzazione di Shakespeare operata da Romano Pigliacelli non si delinea soltanto nella recitazione. Il regista interviene anche sulla musicalità della messa in scena e sul rapporto con il pubblico, trasformando lo spazio teatrale in un luogo più immersivo, nel quale la distanza tra ciò che accade sul palcoscenico e chi assiste tende progressivamente ad assottigliarsi. La parola shakespeariana viene così attraversata da ritmi, sonorità e modalità di relazione più contemporanee. L’interazione con il pubblico diventa così parte integrante di questo processo: lo spettatore non è soltanto chiamato ad assistere alla Tempesta, ma a sentirsi dentro la sua atmosfera, quasi coinvolto nelle correnti invisibili che attraversano l’isola.

A questa dimensione immersiva si aggiunge la componente farsesca, affidata ai due personaggi buffoneschi che si alleano con Calibano, Stefano (Francesco Liccardo) e Trinculo (Gabriele Ceci). La comicità, anche attraverso l’uso del napoletano, introduce nella Tempesta una lingua ancora diversa, popolare, immediata, che rompe momentaneamente la solennità della parola shakespeariana e avvicina ulteriormente il pubblico alla vicenda, richiamando anche quella natura popolare ed eterogenea del teatro elisabettiano, dove registri alti e bassi, poesia e comicità potevano convivere sulla stessa scena.

I due personaggi diventano quasi delle figure da commedia dell’arte contemporanea: grottesche, ingenuamente ambiziose, trascinate dalla promessa di un potere che non comprendono fino in fondo. L’alleanza con Calibano assume così anche una dimensione comica: il progetto di ribellione si trasforma in una sorta di parodia del potere, mettendo a nudo la sproporzione tra le aspirazioni dei personaggi e la loro reale capacità di agire.

Il napoletano contribuisce a questa contaminazione linguistica, portando sulla scena una teatralità popolare che convive con la lingua shakespeariana, con il registro moderno degli altri personaggi e con la fisicità degli spiriti. È come se Pigliacelli costruisse la propria Tempesta attraverso una molteplicità di linguaggi, facendo della contaminazione non un semplice effetto comico, ma uno degli strumenti principali della sua riscrittura contemporanea, includendo nella partitura drammaturgica anche la danza di Camilla Madama e il canto dal vivo di Lorella Fabrizi.

Mondi diversi che convergono con armonia in una messa in scena che cerca di enfatizzare l’intrinseca modernità shakespeariana attraverso un linguaggio fresco e giovanile. Il regista attinge anche a consuetudini della serialità televisiva, ad esempio l’uso di canzoni, e privilegia al rigore classico il coinvolgimento immersivo del pubblico. L’incastro con la recitazione di Fasanella non è forzato ma naturale: un elemento di stabilità quasi necessario, sia a livello estetico che in relazione ai significati trasmessi, quel perno centrale che tiene insieme l’intera rappresentazione. Assistiamo così a un flusso di stili dall’effetto omogeneo che offre un nuovo sguardo su quel tumulto di ombre e luci che è La tempesta: un sogno da vivere a occhi aperti e rivivere nell’immaginazione ogni qual volta il potere dell’isola di Prospero ci chiama a sé.

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