Paweł Pawlikowski alla Festa del Cinema di Roma con Fatherland: il ritorno in patria di Thomas Mann in un film rigoroso che impone urgenti riflessioni sul compito dell’arte in un mondo di atrocità
Nella Germania del 1949, ancora devastata dalla guerra e divisa dalle tensioni della Guerra Fredda, lo scrittore Thomas Mann torna in patria dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti, accompagnato dalla figlia Erika. Il viaggio, da Francoforte a Weimar, per celebrare la figura di Goethe, si trasforma in un confronto con le macerie materiali e morali del Paese, con le contraddizioni della cultura tedesca e con le fratture della propria famiglia. Mentre il passato continua a gravare sul presente, il rapporto fra arte, responsabilità e memoria si intreccia con le divergenze ideologiche e affettive fra padre e figlia.
Paweł Pawlikowski dirige un film in cui il rigore di un severo bianco e nero si staglia con gravità solenne per interrogarsi sulla legittimità dell’arte dopo la Shoah. Le interpretazioni contenute e la regia distaccata sembrano incarnare, attraverso una sceneggiatura che problematizza il ritorno in patria di Thomas Mann, il quesito estetico del filosofo Adorno: dopo Auschwitz è ancora possibile fare arte e parlare di bellezza?
Il regista affronta l’orrore, la colpa e il fallimento di una società attraverso un’estetica austera e inflessibile, che congela l’emozione in una riformulazione del trauma, rifuggendo ogni sentimentalismo. Ma nulla è scontato come sembra e il film sorprende con un finale che rimette in discussione le contraddizioni dell’arte e il compito di chi la pratica: l’emozione si scongela in un impeto interiore che travalica la rigidità del protagonista e, con essa, riconfigura gli intenti e la natura stessa dell’opera d’arte nella modernità.
La bellezza dopo la Shoah è ancora lecita? La forma rischia di edulcorare l’atrocità o può farsi tramite per restituire dignità a chi ne è stato privato e risvegliare nello spettatore un’emozione autentica? E il distacco, nel tentativo di rifuggire ogni sentimentalismo, non rischia a sua volta di appiattire la realtà, sottraendole proprio quella dimensione umana che l’arte dovrebbe preservare?
Fatherland attraversa questo dilemma, assumendone su di sé le contraddizioni: una forma che cerca di tutelare da ogni sbilanciamento patetico ma allo stesso tempo non rinuncia al proprio rigore formale né all’accuratezza della composizione visiva per poi esplodere in un poetico slancio di emozione.
L’arte non può cancellare l’orrore né restituire ciò che è stato perduto, ma può confrontarsi con le ferite della storia senza sottrarsi alla propria ricerca della bellezza. Quando la musica incrina la rigidità emotiva del protagonista, la forma smette di essere una misura che trattiene e diventa lo spazio in cui l’emozione può finalmente trovare espressione. Non una consolazione capace di risanare le ferite del passato, né un’assoluzione delle sue responsabilità, ma la possibilità di riaprire uno spazio interiore che sembrava irrimediabilmente precluso.
Così Fatherland esplora il non senso e il fallimento della civiltà non solo attraverso la ragionevolezza del rigore intellettivo, scosso dalla degenerazione di ogni principio morale, ma anche abbandonandosi alle correnti del sentimento con semplice spontaneità.



