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Elsinore: l’ultimo «Essere o non essere»

Alla Festa del Cinema di Roma arriva Elsinore: tra gli spasmi del dolore e la meraviglia dell’esistenza, il teatro diventa il luogo in cui la fragilità umana incontra la propria irriducibile forza vitale.

L’incedere verso la morte diventa un tormentato inno alla vita e atto d’amore verso il teatro in Elsinore, il nuovo film presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 il cui titolo richiama l’ambientazione danese dell’Amleto. Crudo e realistico, è un omaggio all’umanismo più puro. Dopo Hamnet, Shakespeare torna infatti a parlare alla contemporaneità attraverso la poesia del cinema. I due film sono accomunati dallo stesso flusso finale di emozioni catartiche, dalla stessa sincera e ineluttabile disperazione, ma anche da quella prorompente forza vitale che nasce da quelle emozioni che ci scuotono nel profondo, come il dolore e la felicità. Non vi è, infatti, umanità senza sofferenza e, in quell’«Essere o non essere», Shakespeare ha inciso il motto della caducità umana e del suo dramma esistenziale.

Se l’esperienza del dolore in Hamnet nasceva dalla perdita di un figlio, in Elsinore lo spettatore è messo a dura prova partendo dalla storia vera di Ian Charleson, attore scozzese che, nel 1989, si trovò ad affrontare gli ultimi mesi della propria vita, segnati dall’AIDS, mentre si preparava a interpretare Amleto al National Theatre di Londra. Consapevole della progressiva fragilità del proprio corpo, Charleson affronta una delle prove più impegnative della sua carriera, trasformando il palcoscenico in uno spazio in cui arte e vita si fondono, e il confronto con la morte si traduce in un atto di coraggio e di irriducibile vitalità.

Andrew Scott si fa tramite di un’esperienza emotiva intensa e totalizzante, capace di travolgere lo spettatore con la sua forza destabilizzante e viscerale. La sua recitazione ci trascina in un mondo di perseveranza e coraggio, ostinazione e orgoglio, ironia e sensibilità. Un Ian Charleson credibile e tangibile: Scott entra nella sua pelle e irradia un’energia trainante che restituisce un’interpretazione esemplare, capace di penetrare negli abissi logoranti del dolore fisico ma di afferrare la grandezza dell’immensità di un cuore che, malgrado la malattia e le discriminazioni, ama la vita. La sceneggiatura preserva una sottile ironia con cui scruta il mondo con leggerezza e arguzia senza rinunciare mai alla propria profondità. La regia di Simon Stone da lineare e sobria sviluppa nell’epilogo finale, attraverso il magnetismo di un montaggio conciliante, un crescendo di emozioni innalzanti ma mai edulcoranti.

Uno sguardo realistico e intimista, che si addentra nelle pieghe più fragili dell’esistenza senza indugiare in facili sentimentalismi. La dimensione privata del dolore si intreccia con quella artistica, restituendo tutta la complessità di un uomo che, pur confrontandosi con la propria finitezza, trova nel teatro una ragione per perseverare. La macchina da presa si avvicina alla sua umanità, ne accoglie le fragilità e il coraggio, lasciando che siano i silenzi, i gesti e la presenza dell’attore a dare corpo a un’esperienza tanto dolorosa quanto imprescindibile. Nel dinamismo di un finale penetrante e toccante, Stone regala frangenti preziosi di grande cinema, evocando quel flusso di entusiasmo per la vita che sembra non conoscere limiti neanche di fronte alla morte. La malinconia e la sconfitta combaciano così con una tensione all’assoluto che si espleta nei versi shakespeariani, tanto amari quanto sublimi.

L’arte si fa tempio sacro del divenire e accettazione dell’intramontabile fine di ogni cosa: non è consolatorio, gli spasmi di dolore del protagonista non ci vengono risparmiati, ma la regia ci mette dinanzi a una verità che troppo spesso ignoriamo: sarebbe molto più facile dire addio alla vita se non meritasse di essere vissuta, ma non è così. L’arte si interroga sulla verità, ci prende per mano per scoprire cosa abita nella nostra interiorità, a volte ci getta nel dirupo, ma a fin di bene. Elsinore vive nell’ambivalenza di una violenta carezza.

Fa male: indaga il dolore a una distanza estremamente ravvicinata. Riesce ad armonizzare e destabilizzare al contempo, a equilibrare e a scivolare in un tonfo irreparabile. Coglie le sfumature della vita come pochi film sanno fare, senza eccedere nelle rassicurazioni, ma neanche abbandonarsi a un alienante e inverosimile distacco. Purezza e onestà, meraviglia e atrocità. Elsinore tutto coinvolge, tutto esamina. Nell’ottica di un’umanità che non smette di sognare ma accetta anche la propria vulnerabilità.

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