Ad aprire la Festa del Cinema di Roma è Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese: un intreccio di anime e punti di vista che si mette in ascolto della fragilità umana.
Ogni storia ha un rumore. Il silenzio è un’illusione, una disattenzione. Il rumore delle cose nuove esplora una coralità di racconti, soffermandosi su quello scricchiolio della coscienza che si agita nell’interiorità e focalizzando l’attenzione sulle fragilità umane, in un susseguirsi di incontri e incastri. Nel cast Emanuela Fanelli e Edoardo Pesce, Claudia Pandolfi e Lino Musella, Vittoria Puccini e Stefano Accorsi, tre coppie milanesi intrappolate nei propri segreti e in un limbo di non detti.

Adattando il suo omonimo romanzo, con Il rumore delle cose nuove Paolo Genovese raccorda una vastità di tasselli che, ricongiungendosi, vanno a comporre un unico puzzle. Un’operazione affascinante e audace, in cui realtà apparentemente disgiunte si connettono in un unico microcosmo. Eppure, là dove questi tasselli sembrano trovare una precisa collocazione, qualcosa non combacia del tutto. La costruzione narrativa, pur nella sua ambizione, rivela una certa macchinosità, come se l’esigenza di ricondurre ogni vicenda a un disegno unitario finisse talvolta per prevalere sulla spontaneità dei rapporti. Gli incontri e le connessioni tra i personaggi, anziché scaturire sempre da un’organica necessità narrativa, appaiono in alcuni momenti forzati, lasciando affiorare gli ingranaggi di una struttura che fatica a celare il proprio artificio.
Un’opera intimista e attuale, che affronta questioni importanti, ma che non sempre riesce a tradurne la complessità in un’esperienza cinematografica altrettanto coinvolgente. Al contrario, sembra talvolta arrestarsi in superficie, senza restituire ai personaggi uno spessore psicologico pienamente convincente. La spinta vitale tipica del cinema di Genovese viene meno, prediligendo atmosfere rarefatte e una seriosità che non è totalmente nel suo registro. Ne deriva un effetto domino di freddezza e distacco sensoriale ed emotivo, che destabilizza su una materia così delicata e ricca di contenuti, anche attuali: la violenza psicologica e fisica sulla donna, il tema della fertilità e della fecondazione assistita, la paternità, l’inganno nella coppia, la disabilità.
L’effetto è un congelamento del sentimento che, per contrasto, si accompagna a un eccesso di sentimentalismo e retorica. Una freddezza stilistica che rimane in superficie, che non scava nelle viscere del potenziale narrativo e tende a fossilizzarsi in un proprio alone nebuloso che non scalfisce il cuore dello spettatore. La struttura rischia inoltre di essere percepita come invadente e pretestuosa, indebolendo l’organicità e naturalezza dei colpi di scena.
Tuttavia il tentativo di Paolo Genovese è molto interessante e mette l’accento su storie difficili di vita quotidiana: in particolare il trio Emanuela Fanella, Edoardo Pesce e Claudio Santamaria riesce a scaldare leggermente il film con le dinamiche annesse al maltrattamento della donna, mettendo in risalto la natura ingannevole delle apparenze e la necessità di guardare a fondo le situazioni prima di giudicare qualcuno. Emanuela Fanella dipinge un personaggio forte nella propria fragilità, che pur subendo mantiene un’attitudine solare e indipendente che la porterà a trovarsi in sintonia con l’esterno e a brillare anche nel dolore.

La sceneggiatura gioca sulla distinzione tra realtà e apparenza, verità e messinscena: la rapina alla banca ne è l’esempio più manifesto, ma è nella natura dei personaggi che l’inganno si manifesta più sofisticato: i loro segreti ribaltano la percezione che ne abbiamo, ci raccontano la verità celata al mondo, in particolare ai loro partner. Così un mosaico di inganni si compone in vista di una catarsi finale. Il rumore del coraggio e di una vita nuova finalmente rimbomba, come ciottoli lanciati nell’acqua.




