Interviste - Teatro

Con Luca Varone dentro una tempesta di sogni e ombre

Luca Varone è oggi Sebastiano in un nuovo adattamento de La Tempesta di Shakespeare: naufraghiamo con lui in un sogno fatto di ombre, fame di potere e ambiguità.

Lo abbiamo conosciuto in Mare Fuori, nei panni di Angelo. Eravamo rimasti affascinati dal candore e dall’innocenza del personaggio. Oggi Luca Varone attraversa un nuovo territorio, quello del teatro, e si immerge nel tumulto interiore dei personaggi shakespeariani e nelle ombre de La Tempesta nell’adattamento diretto da Romano Pigliacelli ( qui la recensione). È proprio nelle crepe del suo personaggio, Sebastiano, che Varone sceglie di cercare l’uomo oltre il personaggio: non per assolverlo né per giudicarlo, ma per attraversarne le contraddizioni, ascoltarne i silenzi, seguirne i movimenti più nascosti. Un viaggio dentro una figura che, come spesso accade nel teatro di Shakespeare, non si lascia racchiudere in una definizione, ma continua a interrogare chi la interpreta.

Dalla serialità televisiva al palcoscenico, Luca Varone si confronta così con un personaggio che gli chiede di guardare dentro l’ambiguità e, forse, anche dentro se stesso. In questa intervista racconta il suo incontro con Sebastiano, la sua oscurità, la sua fame di potere e quella parte più fragile e inesplorata che emerge tra le pieghe della sua interpretazione.

Sebastiano è uno dei personaggi più ambigui e oscuri de La Tempesta, un uomo disposto a tutto per conquistare il potere. Che cosa hai cercato invece di trovare nella sua umanità, nella sua parte più fragile e nascosta?

Per interpretare Sebastiano, essendo un personaggio, una persona molto diversa da me — io sono completamente l’opposto, anzi, io vivo per rendere felici gli altri, purtroppo, perché a volte non è una buona cosa — ho cercato di scavare un po’ dentro di me per trovare quella cosa nascosta, quell’indole nascosta che secondo me tutti hanno, magari chi è più predisposto e chi no. Ho cercato lì, sperando di aver fatto un buon lavoro, di aver fatto trasparire la sua voglia di potere, la sua cazzimma.

Che cosa ti affascina dei personaggi controversi, quelli che non possono essere facilmente giudicati né assolti? Per interpretarli fino in fondo bisogna riuscire a comprenderli nelle loro contraddizioni oppure accoglierli dentro uno spazio interiore e restituirli al pubblico senza giudicarli?

Secondo me stiamo parlando un po’ di quelle persone, di quei personaggi che vivono nel grigio: non sono né bianchi né neri. Ma io credo che tutti gli esseri umani siano così, non esiste un bianco e un nero. Semplicemente questa arte, la recitazione, permette di raccontare tante varie storie e magari la gente, in alcune, si rivede, in alcune vuole giudicare, varie cose. Rappresentiamo la vita, quindi secondo me non stiamo rappresentando personaggi assai diversi da quelli che vediamo in giro, per strada. Banalmente è questo: non esistono personaggi più o meno facilmente giudicabili o più o meno distinti in una sola definizione.

Nella tua interpretazione ho percepito, dietro le azioni di Sebastiano, un forte conflitto esistenziale e una tensione morale e psicologica che emergevano anche attraverso il silenzio e il corpo. Hai incontrato, nella costruzione del personaggio, una sua fragilità, una paura o un bisogno specifico che ti abbiano permesso di andare oltre la sua dimensione più oscura?

Assolutamente sì. Come abbiamo già un po’ accennato, io penso che in ognuno di noi sia nascosta questa parte. Chi ce l’ha meno, chi più pronunciata. Io, essendo molto tranquillo rispetto a Sebastiano, ho dovuto scavare un po’ in me per far uscire questa… non mi viene da dire cattiveria, perché secondo me Sebastiano è il classico che non sa com’è, non sa cosa vuole, non sa come prenderselo.

Io ho avuto la percezione che lui venga molto trasportato da quello che succede attorno, agisca poco secondo il suo pensiero, secondo le sue voglie. Ho notato, almeno nelle scene che abbiamo rappresentato, un trasporto rispetto ad Antonio. Era come se stesse, proprio durante il racconto, durante la messa in scena, scoprendo anche lui un po’ se stesso. Infatti ho voluto dare quest’idea anche nella scena dell’uccisione dei due. Quando Antonio mi convince a prendere il potere, mi mostro titubante. Poi scelgo di farlo, però anche dopo aver preso quella decisione non mi sentivo del tutto consapevole di quella scelta. Ho cercato di metterla in scena proprio così. Questo ho capito di Sebastiano, almeno io l’ho percepito così.

Sebastiano è un personaggio che, pur appartenendo a un’opera del Seicento, sembra avere una forte risonanza contemporanea. C’è qualcosa della sua fame di potere che senti particolarmente vicino all’uomo moderno?

Eh beh, assolutamente sì. Anzi, secondo me è estremamente contemporaneo, soprattutto rispetto a quello che sta succedendo negli ultimi cinque, sei anni, ma che è sempre esistito nella storia dell’umanità. L’umano vuole il potere, siamo nati per questo e poco ci possiamo fare, specialmente però in questi giorni, in questi ultimi anni. Rappresentare persone che vogliono il potere, fanno di tutto, vanno contro il proprio sangue, stringono patti col diavolo… è quello che vediamo all’ordine del giorno.

Oggi siamo anche molto più esposti a questo tramite i social. Ci svegliamo una mattina e riceviamo una notizia, il giorno dopo già ne riceviamo un’altra, di un altro nel mondo che vuole il potere. Quindi purtroppo siamo anche fin troppo abituati, ci stiamo abituando a questa cosa. Ed è bello, tra mille virgolette, vedere che anche all’epoca di Shakespeare, ma anche scavando indietro nella storia umana, il potere è sempre stato il primo vizio capitale.

L’incontro con Sebastiano e con La Tempesta cosa ti ha smosso dentro? Che cosa pensi di portare con te da questa esperienza?

Io penso che me lo porterò fin quando campo questo spettacolo, perché è il mio primo spettacolo teatrale, il mio primo lavoro teatrale. E spero che sarà quello che mi aprirà il mondo anche a una carriera teatrale, che ho scoperto grazie a Romano, che è mio amico, e anche a Francesco Liccardo e Angelo Sugamosto. Ho scoperto un mondo che ho sempre visto, non da lontano, da vicino, ma non ci sono mai entrato. Mi ha sempre affascinato. Negli ultimi anni sono andato a vedere molti, molti spettacoli e ho voluto tentare. Il destino ha fatto sì che si liberasse un ruolo per me, e quindi eccoci qua. Sarà per sempre un bel ricordo, a prescindere da se ce ne saranno altre, di date, a prescindere da come va.

Cosa ti ha sorpreso maggiormente del rapporto con il pubblico e della presenza scenica? C’è qualcosa del teatro che ti ha fatto venire voglia di continuare a esplorarlo?

Assolutamente sì, e voglio continuare a esplorarlo anche cambiando un po’ genere magari. Il rapporto col pubblico penso che sia proprio… io personalmente sono alla terza replica, ho avuto a che fare con tre tipi di pubblico diverso, perché la seconda era in una piazza con 600 persone, ora eravamo in un teatro piccolo. Quindi ho avuto a che fare con vari gruppi di pubblico ed è proprio quello che, secondo me, rende vivo il racconto.


Il fatto è che inconsciamente – perché poi durante lo spettacolo sei immerso nello spettacolo, sei immerso nella storia – c’è una parte di te che vede il pubblico, lo sente, lo percepisce. Respiro gli sguardi, le risate e questa cosa mi è piaciuta molto.
Io, per esempio, ho aperto lo spettacolo urlando, scendendo in mezzo al pubblico e con la coda dell’occhio comunque vedevo le facce di quelle persone dire: «Guarda sto pazzo, che sta a fare». Però mi è piaciuta molto quella sensazione, quella cosa che tantissime persone con vite diverse, pensieri diversi, sentimenti diversi, tutti nello stesso momento stavano guardando me, stavano guardando Sebastiano, stavano ascoltando Sebastiano. Questa cosa è fantastica per me.


La messa in scena era molto immersiva. L’abbiamo reso un po’ un metateatro, bello, mi è piaciuto tantissimo, anche il modo in cui Romano l’ha voluto fare. Per esempio, lui aveva delle scene in cui interagiva proprio con il pubblico. Mi sarebbe piaciuto interagire di più con gli spettatori, perché alcuni attori hanno avuto questa opportunità data dalla messa in scena, io no. Mi sarebbe piaciuto avere a che fare con il pubblico proprio a livello di interazione.

Come accennato, questa è stata la tua prima esperienza teatrale. Avresti potuto iniziare con qualcosa di più semplice, invece hai scelto una sfida come La Tempesta. Che cosa ti ha lasciato personalmente e artisticamente questo incontro con il teatro?

Avrei potuto iniziare l’esperienza teatrale con qualcosa di più semplice, infatti me l’hanno anche detto. Però sin dall’inizio mi sembrava una bella sfida. Quando me l’ha proposto Romano ho detto: perché no, vediamo come va. Vediamo appunto cosa posso dare io a questo testo riarrangiato e cosa lui può dare a me. Sicuramente mi porto il ricordo della prima esperienza teatrale, il primo palco, i primi archetti, il primo «merda, merda, merda» dietro le quinte. Queste cose sicuramente me le porterò dietro per sempre, perché è stata la prima volta.


Per quanto riguarda sia il testo sia il personaggio, mi è piaciuto molto. Non avevo letto La Tempesta, avevo letto altre cose di Shakespeare, questa mi mancava. Quindi ho avuto anche l’occasione per leggerla completa e ho scoperto una bellissima storia. Mi piace molto anche la fantascienza, sono un grande fan dello sci-fi come film e come serie tv, e comunque interpretare questo personaggio in una storia che fa parte di un sogno, con anche poteri magici, dove si parla di potere, è stato molto bello. Sicuramente me la porterò dietro.

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