Fino all’11 ottobre, il Teatro India diventa uno spazio sospeso tra memoria e libertà con Anche in casa si possono provare emozioni forti: Caterina Filograno racconta la storia della propria famiglia, segnata da un’identità matriarcale, esplorandone contraddizioni e fragilità e lasciando affiorare la nostalgia di una dimensione privata che continua ad abitarla.
Una dimora sospesa nel tempo tra le insenature di una memoria che torna continuamente alle origini. Il passato nel futuro, il futuro nel passato. Anche in casa si possono provare emozioni forti è un racconto autobiografico che si dischiude al pubblico attraverso un linguaggio surreale e frammentato. La storia familiare di Caterina Filograno assume una forma antinarrativa, eludendo la struttura tradizionale di una saga familiare e scomponendo il racconto in un flusso organico di pensieri, dialoghi e ricordi. Una genealogia evocativa e onirica, in cui le figure del passato e del presente si incontrano al di là dei vincoli del tempo.

Sulle sponde dell’eternità rintocca l’orologio della memoria. Una costellazione di figure intrappolate nei filamenti di un vissuto interiore che accompagna il presente. Si percepisce l’eco del tempo che scorre, ma da lontano. Come un rimbombo che precipita in un abisso di colori e visioni che risucchia ogni frangente di vita. Anche in casa si possono provare emozioni forti è attraversato dal conflitto tra stasi e movimento, tra appartenenza e distacco. Uno spazio scenico in cui si respira l’atmosfera circense e nostalgica di Fellini, ma anche l’inquietudine psichica di Lynch. Caterina Filograno scava nella drammaturgia del proprio nucleo familiare, tra desideri repressi, contraddizioni, spinte vitali e decadenza. Tappe dilatate di un tragitto che si sofferma a contemplare il mare nell’attimo finale di un sogno che dimora eternamente nel cuore.
La scrittura di Caterina Filograno si distingue per una comicità elegante e pungente, capace di richiamare il fragore di risate entusiaste ma di convivere con una malinconia ineluttabile. L’umorismo si insinua tra le pieghe del vissuto familiare, affiorando dalle contraddizioni dei personaggi, dalle loro fragilità e dalla particolarità di alcune dinamiche quotidiane. Un teatro dell’assurdo che si nutre della collaborazione con lo stilista Giuseppe Di Morabito, che firma per la prima volta anche le scene, allestendo uno spazio che vive del proprio respiro surreale.
I costumi contribuiscono a delineare una poetica sospesa tra estetica circense e fascino del divismo. Il bianco si impone con la sua qualità ieratica, trasformando i corpi in sculture viventi estranee allo scorrere del tempo. Figure misteriose ed eccentriche definite da strutture geometriche, volumi architettonici e tessuti vaporosi, tra copricapi scultorei, piume e lunghi strascichi. Presenze inquiete e stranianti che si manifestano nella propria essenza come installazioni viventi, attraversando il contingente e congelandone il flusso in un’epifania della sostanza. Un velo di malinconia le attraversa e la visionarietà dei costumi contribuisce a disegnare personaggi iconici che risplendono nella loro singolarità maestosa ed elegante, eccentrica e nostalgica.

La recitazione esalta il carattere iconico dei personaggi, le loro fragilità e la loro innocente comicità. Un’interpretazione stilizzata, in cui l’eccentricità e il divismo si intrecciano con la sensualità e il fascino dell’assurdo, evocando suggestioni d’altri tempi. L’ironia convive con la malinconia, mentre i corpi e i gesti delle interpreti contribuiscono ad accentuare l’atmosfera surreale di una quotidianità familiare. Una costellazione di figure avvolte dal respiro di una dimora astratta e vivente, che si fonde con le aspirazioni e i desideri dei personaggi.
Maria Grazia Sughi, nel ruolo della nonna, preserva un candore fanciullesco e una vitalità spumeggiante, che si intrecciano al lirismo di un’autorità che non cede e alla tenerezza di un atteggiamento capriccioso, viziato ma delicato e toccante. Caterina Filograno, anche autrice e regista, interpreta se stessa, caricando il proprio personaggio di sfumature esilaranti. Conduce il racconto con sensualità e lo intinge dell’autocompiacimento di un’artista che, con amabile vanità, riporta sulla scena un ritratto fantasmatico ma autobiografico della propria famiglia. La sua ironia è intrisa del fascino del demiurgo, ma anche dell’ambizione e del sarcasmo di una figlia e nipote che tenta di trovare la propria strada, oscillando tra appartenenza e distacco.
Anche in casa si possono provare emozioni forti è il racconto di una famiglia connotata da una struttura matriarcale, ma contraddittoria nell’affermare valori intrinsecamente patriarcali, come la necessità di sposarsi con un uomo ricco o l’esigenza di trovare un lavoro stabile per mantenersi. Di certo, nonostante le variegate incoerenze che volutamente attraversano i personaggi, lo spettacolo mostra un nucleo familiare forte anche nelle divisioni, capace di resistere e affermarsi grazie alla propria spontaneità e all’incuranza del posto relegato alle donne nella società.

Ma in un vissuto familiare tanto caratteristico e definito, come trovare se stessi? Caterina Filograno sembra porsi questa domanda, consapevole che quel villino di anime antiche e sensibili, eccentriche e variopinte, rimarrà sempre dentro di lei. Così la nostalgia che attraversa un finale commovente e suggestivo sembra incarnare un filo conduttore che legherà per sempre passato e presente sulle sponde di un’eternità di riflessi ed emancipazioni.
Teatro India, 8 – 11 ottobre 2026
regia e drammaturgia Caterina Filograno
con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi
scene e costumi Giuseppe Di Morabito
sound design Gerets
light design Stefano Bardelli
movement coach Ester Guntıń
aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinović
produzione Sardegna Teatro / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/ Teatri di Bari




