Al Teatro Vascello l’incubo si espande nel mondo partendo dai meandri dell’interiorità: Christian La Rosa interpreta Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde in un monologo potente e sfrenato che ripensa la malattia della società moderna attingendo alla dimensione del sogno
«Siamo come il sognatore, che sogna e poi vive nel sogno. Ma chi è il sognatore?» La domanda pronunciata da Monica Bellucci nella terza stagione di Twin Peaks sembra provenire da una zona liminale della coscienza. Un sentore ancestrale che mette in guardia sulla natura ambigua dei sogni: materia informe che orienta la realtà, forse la realtà stessa, normalmente velata dalla ragione. Una soglia inquietante sulla quale anche Robert Louis Stevenson, quando concepì Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, ispirandosi a un proprio incubo, sembra essersi materializzato.

Oggi è un eccelso Christian La Rosa, diretto da Fabio Condemi sulla drammaturgia di Federico Bellini, a riportare in scena quella materia onirica e perturbante, spingendola tanto dentro le pieghe dell’inconscio quanto nei territori audaci della critica sociale. In questo perturbante monologo, la recitazione oscilla costantemente da un tono di umore all’altro, come un pendolo dal ritmo irregolare ma ineluttabile nei propri passaggi. La metamorfosi sembra sgorgare dal corpo con naturalezza: da professionista ponderato e loquace la trasformazione in mostro passa per infinite variazioni.
L’ambientazione moderna si dispiega come spazio asettico, apparentemente riconducibile a un ufficio, ma anche talmente anonimo e neutro da adattarsi a interpretazioni e scenari vari. La trasformazione del protagonista investe ciò che lo circonda come un flusso che ne muta e mette in crisi l’identità. Così gli effetti della frammentazione dell’Io si propagano inevitabilmente nell’ambiente: lontani dall’iconografia vittoriana, ci troviamo a osservare un soggetto che, nonostante l’algida parvenza educata e l’affabile sorriso, vive il proprio tempo e spazio in maniera alterata.
Può infatti esistere ordine esterno laddove la coscienza è disorientata? Questa labilità di confine tra intimità ed esteriorità la si legge anche nella recitazione: l’attore ingloba e assorbe ciò che lo circonda fino a trasformare gli oggetti di scena quasi in un prolungamento del proprio corpo. Non sono semplici strumenti attraverso i quali il personaggio agisce, ma prolungamenti della sua presenza fisica, quasi che la metamorfosi non riguardi soltanto l’uomo, ma tutto ciò che entra in contatto con lui. Il corpo li restituisce trasformati, in una progressiva sovrapposizione tra individuo e spazio. Se l’individuo è in crisi lo è anche la società e l’esterno. Pertanto la repressione delle pulsioni, che genera questo strabismo identitario ed è alla base del vivere comune, è il suicidio della stessa comunità. L’ombra della dissociazione minaccia il mondo, a un passo dall’essere conquistato e sabotato dalla devastazione di un incubo che si scopre reale.
La verità, prima o poi, straripa. E quando ciò che è stato represso non trova una forma per essere accolto, può farlo nella maniera più violenta, irrefrenabile e angosciante possibile. Hyde non arriva dunque da un altrove: emerge dall’interno. È ciò che Jekyll vorrebbe tenere fuori da sé e che, proprio per questo, finisce per diventare impossibile da ignorare. In una società sterile e asfissiante, basata sulla repressione dell’impulso, quel qualcosa che si incrina all’interno lo fa con una ferocia disumana. Mr. Nascondino, come è denominato nello spettacolo, sembra provenire da un limbo oscuro sospeso tra le legioni dell’interiorità e quelle del paranormale. Il suo eco sembra influenzare ancora oggi ogni forma d’arte, a partire dal cinema stesso. Se si pensa a Lynch emerge il parallelismo con Bob, figura orrorifica dell’universo di Twin Peaks.
È forse proprio nella fisicità con cui Christian La Rosa dà corpo a Hyde che il mostro di Stevenson incontra più sorprendentemente quello di Lynch. Come Bob in Twin Peaks, Hyde porta con sé una ferocia che non è soltanto umana, una crudeltà selvaggia che sembra scaturire da una dimensione primordiale e demoniaca. Non c’è soltanto la violenza dell’uomo che ha abbandonato ogni freno: nel corpo dell’attore si avverte qualcosa di più oscuro, una presenza che sembra appartenere contemporaneamente all’umano e a ciò che lo precede, come se l’inconscio, liberato dalle convenzioni della coscienza, assumesse una forma arcaica e mostruosa.
Testo, regia e interpretazione compongono una miscela perfetta orientata a una tensione crescente che esplode, si ridimensiona e riconquista la scena con un magnetismo alieno alla mediocrità. Una pulsazione di morte e follia abbraccia il palco nei frangenti più cupi del racconto. Dalla ratio si passa in pochi istanti al dominio dell’irrazionale, alla mutazione e all’ascesa dell’abnorme. Un libero adattamento febbrile e incalzante che non lascia indifferenti: ammalia, disorienta, accompagna per poi abbandonare la mano dello spettatore e lasciargli affrontare il dirupo dell’oscurità. Non mira a rassicurare ma a rivelare le proprie intuizioni e gettare luce sull’enigma. Non per conquistare la verità, ma per immergersi nel tanfo del sé celato e sfuggire all’abbrutimento dell’ignoranza.

Dunque un tortuoso viaggio nell’ignoto che sfonda i postulati morali della società per interiorizzare la natura delle cose e sancire con delle domande l’inizio di una nuova consapevolezza. Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde è il ritratto investigativo di una società malata. Hyde in fondo è quel campanello di allarme scaraventato nella discarica delle cose ignorate. Le due soluzioni evocative del video proiettore e dello specchio (inizialmente coperto da un telo tale da rimandare all’universo di Dorian Gray) sono gli occhi in cui l’essenza deforme del mondo e dell’individuo emerge. Siamo davvero in grado di osservarla senza rifugiarci in un grido di disgusto o terrore?
dal 23 al 27 settembre, Teatro Vascello
LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE
Liberamente tratto da R.L. Stevenson
drammaturgia Federico Bellini
Regia Fabio Condemi
Con Christian La Rosa
Drammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich
Scenografo collaboratore Andrea Colombo
Luci Veronica Varesi Monti
Audiovisual design e Live scanner system Francesco Sileo
Assistente alla regia Andrea Lucchetta
Produzione: Compagnia Umberto Orsini,
La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello,
Elsinor centro di produzione,
LAC Lugano Arte Cultura
Durata: 60 min




