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Resident Evil: quando l’ordinario precipita nell’incubo

Il nuovo capitolo di Resident Evil è al cinema: prodotto dalla Sony Pictures e diretto da Zach Cregger, è un’immersione nella paura autentica di un uomo comune che inciampa in un delirio apocalittico di morte e distruzione.

Alle soglie della catastrofe, tra il gelo del silenzioso vuoto che prepara al collasso e il delirio dell’ondata di orrore e morte. Un corriere medico e una consegna urgente dal contenuto ignoto. Con Resident Evil, il regista Zach Cregger (Barbarian, Weapons) non rinuncia affatto alla propria ricerca stilistica e contenutistica; al contrario, trasforma questa genesi dell’incubo in un’opera compatta e riuscita, capace di dialogare con la saga pur partendo dal presupposto di essere altro da essa.

Il Resident Evil di Zach Cregger si colloca ai margini degli eventi narrati in Resident Evil 2: la stessa Raccoon City devastata dall’epidemia, la stessa notte in cui il T-Virus trasforma la città in un territorio di sopravvivenza, ma osservata attraverso un personaggio nuovo e una storia autonoma. Non è dunque una riscrittura del videogioco né un ritorno ai suoi protagonisti canonici: è una storia laterale, concepita per vivere dentro quell’universo senza sovrapporsi ad esso.

Cregger si allontana dall’estetica più fumettistica e spettacolare associata all’immaginario videoludico e racconta non l’origine del T-Virus, ma il momento in cui, per un uomo comune, la normalità cessa improvvisamente di esistere. Getta il suo protagonista, Bryan, un individuo apparentemente estraneo all’epica dell’eroe, in un viaggio allucinante tra creature mostruose e scelte morali difficili. Parte dall’uomo comune per costruire una narrazione surreale, ma al tempo stesso abitata da una propria concretezza e veridicità.

Lo fa con gradualità, sfruttando quell’ambigua zona di confine tra thriller e horror che aveva già attraversato in Barbarian e Weapons. Nessun mostro iniziale, solo una regia che dosa al massimo tensione e disagio. Poi la discesa nell’assurdo, lo scontro con l’indecifrabile. Un incidente apre la porta dell’irrazionale. L’orrore irrompe nell’inquadratura, ma lo fa ancora in modo subdolo, attraverso una lentezza che amplifica la suspense e trattiene l’azione. E anche quando questa decolla davvero, Cregger non cede mai il passo all’azione fine a se stessa.

C’è poi una componente ulteriore: lo scarto tra l’assurdo e la normalità dà corpo a un’ironia che attraversa il film senza mai distogliere dalla sua componente perturbante. Anzi, ne nasce un effetto straniante: il protagonista cerca di orientarsi attraverso i normali criteri della quotidianità in un mondo che ha ormai perso ogni vincolo con la logica e il buon senso. Anche di fronte al grottesco dell’estetica di Cregger, Bryan, interpretato da un efficace Austin Abrams, mantiene intatto quel suo sarcasmo, intriso di ansia, spontaneità e una sana dose di ingenuità. È dentro la situazione, ma non del tutto, come se non l’avesse ancora interiorizzata, come se tutto, in fondo, fosse un immenso incubo o un inquietante videogame da cui non riesce a scollegarsi.

È così che Resident Evil sembra cercare il proprio equilibrio proprio nella collisione fra generi: horror tradizionale, commedia nera, body horror e immaginario fantastico si contaminano senza che uno finisca per cancellare completamente gli altri. Cregger non rinuncia alla componente spettacolare dell’universo di riferimento, ma sembra soprattutto affascinato da ciò che accade quando quell’universo irrompe nella vita di qualcuno che non è preparato ad affrontarlo.

Austin Abrams interpreta il suo personaggio con l’ironia di colui che inciampa senza preavviso nell’assurdo e con l’ansia di chi si ritrova immerso in qualcosa che sfugge completamente al proprio controllo e alla logica del razionale. Il viaggio nell’anormale coincide con un itinerario introspettivo che conduce Bryan verso una nuova consapevolezza. La trasformazione passa attraverso la reiterazione ossessiva di immagini e allegorie che sembrano emergere come frammenti del subconscio: l’esterno finisce per suggerirsi quasi come la proiezione delle ansie e dei desideri più reconditi del protagonista, mentre l’orrore si delinea come qualcosa che, in forma ancora indistinta, abitava già il suo mondo interiore. La mostruosità non è allora soltanto ciò che irrompe dall’esterno, ma anche ciò che costringe l’individuo a confrontarsi con le zone di sé che la normalità teneva ancora nascoste.

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