In Digger di Iñárritu, la natura osserva silenziosa la tracotanza dell’uomo: al cinema dal 1° ottobre il ritratto grottesco di un’umanità sull’orlo della propria fine.
Annega l’umanità in un abisso di comodità. Trivellare, trarre, rubare. Quanta ipocrisia nelle nostre tasche. L’encomio al migliore dei furfanti. L’atto di esistere sfida l’intera Natura.
Con Digger, Alejandro González Iñárritu (Birdman, Revenant, Amores Perros, 21 grammi) non finisce di stupire e regalare vero grande cinema. Tra farsa e satira rivela il volto brutale e goffo dell’umanità. Ne esaspera il ridicolo, il lato ridondante, la tracotanza patetica, per poi affondare in profondità con una complessità disarmante e il tratto di una compassione che non ci saremmo aspettati proprio da questo film.

SANDRA HÜLLER as Emma and TOM CRUISE as Rockwell in Warner Bros. Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures release.Digger –
Digger è una creatura strana, che sfugge alle definizioni. Vacilla tra la più spietata caricatura dell’ ipercapitalismo e la più accogliente zona grigia dell’anima. Geniale, imprevedibile. Un film che osa, sperimenta, azzarda. Ideologico ed empatico, una distopia del presente che dà molto da pensare. Immaginiamo continuamente società future inquietanti perché è il presente a esserlo. La tragedia è in atto, qui e ora. Questo film ci porta a riscoprire le radici della nostra follia, le origini di una malattia che lentamente ha distrutto il pianeta.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un potentissimo magnate dell’energia, abituato a esercitare il proprio dominio sul mondo con la stessa disinvoltura con cui ha costruito la sua immensa fortuna. Ma quando un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche, legato alle attività della sua azienda, minaccia di travolgere il pianeta, Digger si ritrova costretto a intervenire. Inizia così una corsa contro il tempo per dimostrare di poter salvare l’umanità dalle conseguenze della propria stessa azione, mentre attorno a lui si muovono politici, scienziati e uomini di potere.
Politico, sociale, antropologico, psicologico, filosofico. Esistenziale. Non aspettatevi solo una feroce grossolana, seppur lecita e appassionante, satira. Questo film è un costrutto complesso, una domanda inespugnabile, un carillon attraversato da sotterranei abissali. Un marchingegno sofisticato e ammaliante.

Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros.
JESSE PLEMONS as Kenny in Warner Bros. Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures release
Girato interamente in VistaVision, con ottiche grandangolari vintage Leica progettate appositamente per il film, Digger attinge alla grandiosità del formato per narrare la gloria di un impero, quello umano, e il lento decorso della sua civiltà. La fotografia di Emmanuel Lubezki osserva ogni cosa con estrema nitidezza, catturando l’immagine di un’umanità sì allo sfacelo, ma ancora orgogliosa e tracotante.
Le frequenti inquadrature dal basso, che si soffermano su Digger e sui suoi consiglieri, sembrano accentuare il sentore di una monumentalità scultorea di cui essi stessi si sentono protagonisti, e che viene loro proiettata addosso da chi li segue. Ma questa grandezza finisce per collidere con la loro incapacità di leggere i segnali della propria rovina, di riconoscere ciò che sta accadendo al mondo che pretendono di governare e, prima ancora, di distinguere il giusto dal proprio ego.
E così emerge tutta la sproporzione, quasi grottesca, dell’umano. La natura è lì, ignorata dall’uomo ma non dallo spettatore, né da Iñárritu, che la esalta attraverso la grandezza del formato e un occhio profondamente estetizzante. Una natura solenne, maestosa — lei, davvero — che si offre allo sguardo come un’utopia possibile e insieme irraggiungibile, concedendosi alla visione con il sapore amaro della nostalgia. È un teatro dell’assurdo: l’uomo si innalza a monumento mentre tutto ciò che lo circonda gli ricorda, silenziosamente, quanto sia fragile la sua pretesa di dominio. E prima o poi anche Digger sarà costretto ad ascoltare la densità di questo silenzio.

Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
Caption: TOM CRUISE as Rockwell in Warner Bros. Pictures’ “DIGGER,” a Warner Bros. Pictures release.
Dramma e commedia nera si incontrano in un corpo solo, imponenza e fragilità danzano sulla stessa lunghezza d’onda. Tutto questo emerge con forza nell’interpretazione di Tom Cruise: in prima battuta, una caricatura senza pietà dell’imprenditoria capitalista, una maschera debordante e artefatta, stravagante e ripugnante; poi la verace risata inizia saltuariamente a ritirarsi ed affiorano venature più profonde. L’inaspettato traspare nelle pieghe di una drammaturgia spinta e farsesca.
Il trucco prostetico, l’accento, la fisicità dirompente e artificiosa: Cruise si trasforma nell’uomo del potere e del dominio incontrollato, colui che dichiara guerra persino alla natura. Ma dentro quegli occhi irrequieti, abitati da un’incostante insoddisfazione, c’è qualcosa di più.
Emerge nel film una conflittualità interna, manifestandosi non come l’esposizione di un’ideologia priva di sfumature, ma una dialettica che permea il movimento interno di Digger. Iñárritu decostruisce la realtà, scardina certezze, mette a confronto dimensioni opposte eppure coesistenti in un’estetica del simultaneo e della contraddizione. Tom Cruise accoglie su di sé questa poetica in una delle sue migliori interpretazioni di sempre. Eccellente anche il resto del cast, volutamente sopra le righe ma sempre perfettamente accordato al tono del film: interpretazioni eccentriche, ispirate, capaci di abitare fino in fondo quel confine sottile tra il grottesco e il tragico.

L’uomo sotto la maschera, la maschera dell’umanità. Impressioni di un’apocalisse. O forse dell’inizio di una nuova fine. Un film ecologista ma mai retorico, l’arte che attraversa la vita per cercare un senso nell’accatastarsi degli eventi storici. Una riflessione sul presente che non si arroga il diritto di giudicare, ma casomai di giudicarsi. Perché sotto la satira, sotto il grottesco, sotto la maschera dell’uomo che pretende di dominare tutto, rimane una domanda più difficile: quanto di ciò che condanniamo appartiene, in fondo, alla nostra stessa natura?




