Al Teatro Trastevere è in scena dal 7 al 10 maggio Lieto Fine, una commedia nera che ci parla con impressionante competenza del periodo storico attuale attraverso lo stratagemma della finzione, partendo dal presupposto che il falso è più vero del vero.
Raramente si assiste a una rappresentazione tanto capace di stimolare interrogativi così sottili e fondamentali. Raramente uno spettacolo riesce così bene a penetrare nelle problematiche del presente e più in generale della vita, come se le sezionasse, nel modo esatto in cui si studia la sceneggiatura di un film o si analizza un problema matematico. Perché l’arte del cinema ha un rigore quasi scientifico che si accompagna all’esuberanza di una creatività che sembra custodire i segreti delle dinamiche di ogni storia. Lieto Fine parte dalla premessa che il meccanismo della sceneggiatura possa rivelarsi infatti una base di lettura del mondo e dei suoi ingranaggi. Arte e vita corrispondono? Si riflettono davvero l’una nell’altra o nella seconda a volte subentra l’elemento dell’imprevisto?
Siamo in uno scenario sfortunatamente non troppo distante dalla realtà attuale. Una guerra tra due stati sta lacerando il mondo e il rischio del nucleare è sempre più vicino. La violenza è all’ordine del giorno, bombe e stragi scandiscono la quotidianità. La novità? Tre donne sono state scelte per risolvere questo conflitto e riscrivere la Storia. Gente di cinema, più precisamente una regista, una sceneggiatrice e una stagista che desidera lavorare in questo ambito. I potenti della Terra hanno individuato nell’arte l’ultima possibilità di salvezza, un fatto decisamente straordinario che fa capire a che livello di disperazione si sia in questa finzione scenica, vista la reticenza dei governanti a dare peso alle arti.
A questo punto la domanda è lecita. L’arte può salvare il mondo? Ce lo siamo chiesti tante volte in modo astratto, Lieto Fine tramuta questo quesito in fondamento per un intero spettacolo. La risposta è tutt’altro che scontata. Un lieto fine per un’umanità distruttiva come la nostra è davvero possibile? Innanzitutto l’invito dell’autrice Franca De Angelis è lampante: l’indifferenza porterà alla rovina dell’umanità. Bisogna evitare il punto di non ritorno e assumersi quanto prima le proprie responsabilità.
Tre donne, tre professioniste. Una responsabilità insostenibile, trovare il modo di bloccare un conflitto mondiale. C’è di più. Un segreto che le lega ed emergerà con prepotenza. Errori e colpi di scena costellano Lieto Fine. Il perdono un mistero che affiorerà in più occasioni. C’è rimedio agli sbagli del passato? Quelli della Storia, quelli personali. Due narrazioni sono portate avanti e mentre i personaggi si perdono ad analizzare con criterio guerre e conseguenze perdono d’occhio lo schema del loro racconto privato. Quale sarà il sacrificio di sangue richiesto per salvare il mondo e quale quello per ritrovare la pace tra persone che fondamentalmente si vogliono bene? I due piani si mescolano, diventano l’uno la riposta all’altro e viceversa.
Lieto fine è anche meta – arte, l’arte che riflette su sé stessa. In particolare il teatro che riflette sul cinema e su sé stesso. Centrale il conflitto tra ruoli. Da una parte lo sceneggiatore con la sua capacità di inventare e raccontare storie, dall’altra il regista con il suo sguardo a tutto tondo. Tanta ironia ma anche precisione nel caratterizzare queste professioni, con le loro virtù ma anche gli inevitabili vizi. Se cinema e teatro sono superamento delle distanze, ovvero della separazione tra arti, a favore di un unico organismo estetico, Lieto Fine non può che proporre il ritorno all’armonia e una risoluzione dei conflitti nella totalità dei punti di vista e in forme di apertura verso l’altro da sé come l’empatia e il perdono. Una cosa diversa però potrebbe essere perdonare sé stessi e in più la nostra specie.
Infatti questa rappresentazione teatrale ci pone davanti a dei quesiti morali spaventosi, mettendo in primo piano la distinzione tra comparsa e personaggio. Le vittime di una guerra passano sempre in secondo piano, come un male necessario. Così si parla di numeri, politica, azioni militari, ma mai di persone, come se effettivamente ci fossero vittime sacrificabili. Lieto Fine è una spiazzante riflessione su tutto questo.
Complici della riuscita anche tre bravissime attrici: Patrizia Bernardini, Anna Cianca e Vittoria Vitiello. La prima porta sulla scena una fragilità emotiva determinata da un passato doloroso, un risentimento legato a un’offesa che ancora brucia, una dolcezza spontanea ma anche sulla difensiva, la saggezza di una donna che conosce le regole del gioco della vita, quelle della scrittura, ma anche la sensibilità di chi si commuove per un lieto fine; Anna Cianca invece colpisce con la sua ruvidezza schietta e l’incuranza con cui si rapporta agli altri, ma poi affiorano lentamente i suoi veri sentimenti e una sincera delicatezza, quasi disarmante, timidamente si lascia intravedere; infine abbiamo la freschezza amabile di Vittoria Vitiello, inizialmente goffa assistente dalla simpatia irresistibile, poi bilancia morale di una tragedia che viene a delinearsi e di cui lei è la prima più consapevole. Così nel suo personaggio emerge una profondità che connette immediatamente lo spettatore con il peso degli eventi narrati e l’ironia iniziale si trasforma in tristezza e cognizione.
La regia di Christian De Angelis valorizza le tre e trasporta nella vicenda con il giusto equilibrio tra leggerezza e percezione dell’ineluttabilità di un destino avverso. La scenografia di Marco Cecchini è volutamente claustrofobica dal momento che rappresenta il bunker dove sono state chiuse le protagoniste, ma le luci sono calde e accoglienti, come per accogliere la catarsi emotiva dei personaggi e avvicinarci al meglio alla loro emotività.
Lieto Fine coinvolge e conquista con la sua intelligenza e la ricchezza di sfumature che mette in campo. Uno spettacolo vivamente consigliato per non perdere di vista il presente e ripensare la vita sotto una nuova ottica, riavvolgendola se necessario anche all’indietro per trovare le tappe che la determinano e aggiungerne di nuove prima che sia troppo tardi, sempre ricordando la regola di base: le persone non sono semplici personaggi, ma persone appunto. Quanto alla domanda se l’arte può salvare il mondo, come tutto dipende forse dall’utilizzo che se ne fa e la coscienza con cui viene gestita.
Testo di Franca De Angelis – Regia di Christian Angeli – Con Patrizia Bernardini, Anna Cianca, Vittoria Vitiello – Disegno luci: Massimiliano Maggi – Progetto sonoro: Leonardo Califano e Matteo Chiccoli – Scenografia: Marco Cecchini – Costumi: Benedetta Nicoletti – Aiuto regia: Martina Sergi – Assistenti alla regia, tecnici luci: Leonardo Califano, Matteo Chiccoli- Assistente scenografo: Roberta Pizzulli – Locandina: Elena Bianco – Foto di scena: Leonardo Califano




