L’intimismo di spazi naturali immensi e la sospensione nelle alture del cielo in The Dog Stars, il nuovo film di Ridley Scott che incanta con la poetica della gentilezza e dell’incontro.
Ci sono presenze fisse nel cuore di un uomo. Fantasmi che non smettono di abitare le insenature del suo battito. The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine si apre su uno scenario post-apocalittico e distopico, ma lo vive con un intimismo poetico e coinvolgente. Anno: 2035. Eerie, Colorado, vicino alla catena montuosa del Front Range, sul lato meridionale di Denver. Una misteriosa epidemia influenzale ha decimato la maggior parte della popolazione mondiale. I pochi superstiti vivono nella paura, sia quelli affetti da una debilitante malattia del sangue sia i sani, costretti a vivere in un mondo instabile e feroce dove sembra essersi smarrito il ricordo stesso della civiltà. Hig (Jacob Elordi), un ex meccanico abile nel riparare qualsiasi cosa e pilotare aerei, con il suo fidato amico a quattro zampe Jasper abita questo mondo pericoloso segnato dal senso di colpa, la nostalgia e il bisogno di cercare qualcosa che dia ancora senso alla vita.

Ridley Scott sorvola le solitudini più scoscese con delicatezza, indagando il bisogno e la forza di un legame che superi i limiti del linguaggio, del tempo, dello spazio e della vita stessa. In un mondo che si alimenta della fame di distruzione e sopravvivenza preserva un’ultima scintilla di calore e luccichio, quello degli occhi sopresi e frementi di amore del personaggio di Margaret Qualley. E poi c’è quel bisogno di cercare e ricercare, vagare, che caratterizza Hig. Muoversi con il proprio ingegno e inseguire l’ignoto.
Un Ulisse del mondo distopico? Forse, ma ancora più tormentato e segnato dal passato, più vicino ai grandi personaggi del romanticismo vittoriano che non a caso Jacob Elordi ha interpretato più di una volta (Frankenstein, Cime Tempestose). Hig non è del tutto solo, ha un fedele compagno di viaggio, Jasper, un pastore belga malinois, che condivide il suo itinerare tra gli ampi spazi desolati di un mondo in rovina, Insieme ricercano sponde di umanità e gioia, le ultime terre abitate dalla speranza, per poi abbandonarle subito dopo, in una ciclica rinuncia alla pienezza della vita sociale. L’incapacità di Hig di fermarsi in un posto, l’inquietudine che lo anima, è il motore narrativo del film.
Un film di sospensioni, fughe, accelerazioni e stasi intimiste. The Dog Stars – Le stelle dopo la fine si prende il proprio tempo per inoltrarsi non tanto nell’azione quanto nelle emozioni dei protagonisti, diventando anche e soprattutto un film di sguardi. Jacob Elordi torna all’intensità e alla delicatezza di Frankenstein in questo survival che mette al centro dell’obiettivo prima di tutto i suoi attori, uno più carismatico ed efficace dell’altro. Personaggi ruvidi, attraversati dal tempo, che convivono con le difficoltà della sopravvivenza. L’eroe tormentato di Elordi porta negli occhi una malinconia devastante, ma allo stesso tempo la sagacia dell’ingegno e la dolcezza dell’altruismo.
Josh Brolin è il veterano di una guerra prima di tutto interiore, colui che è sempre in allerta e che diffida di tutto e tutti da sempre. Il suo humor nasce dalla rugosa schiettezza con cui si impone sulle debolezze altrui e le contraddizioni di chi gli è vicino. Simile per asperità e diffidenza è il personaggio del sempre intenso Guy Pearce, inizialmente burbero e ritroso all’accoglienza. Infine Margareth Qualley è forse il cuore stesso di The Dog Stars: l’empatia che non si chiude nella paura, la curiosità che affronta l’ignoto ma sa anche restare laddove trova una casa. Nausicaa e Penelope insieme.
Il lirismo delle inquadrature ad ampio respiro, la sospensione ovattata di silenzi, gesti e voli, accompagnati da una colonna sonora che si amalgama perfettamente all’immagine e allo stato emotivo dei personaggi, sono poi alle volte bruscamente spezzate dall’azione più ritmica e marcata. Il film deve infatti confrontarsi con il genere post-apocalittico e l’horror-zombie movie, in particolare con la saga di 28 giorni dopo di Danny Boyle. Così la rapidità di esseri umani disumanizzati infetta i luoghi silenziosi e desolati dell’America distopica che Ridley Scott racconta.
Da menzionare anche il cambio di registro stilistico momentaneo del film verso una svolta certamente figlia dell’approfondita conoscenza del cinema espressionista tedesco: corpi e volti ingessati e cadaverici riempiono lo schermo in un’estenuante esposizione di sorrisi inquietanti e membra gessose che lasciano prevedere l’ineluttabile disfatta del sogno americano che si auto-divora da dentro. Atteggiamenti mortuari e respingenti, tipici anche del cinema vampiresco – gotico, abitano questa giostra grottesca di gesti teatralizzati, visi allucinati, movimenti statici e rigidi. Un incubo di luci innaturali e ombre nette: l’idillio si deforma nell’abominevole. Una parentesi forte ed evocativa.

Questa fluidità stilistica camaleontica, che gioca con la conoscenza del cinema per trasmettere stati d’animo taglienti e il frantumarsi delle illusioni, non spodesta il rigore e l’equilibrio di un film solenne nel portare a compimento un viaggio tortuoso ma necessario. Una celebrazione dell’amore, della bellezza e dell’empatia che scava negli abissi dell’anima per ritrovare la luce nel qui e ora.




