Teatro

Alcesti – la migliore delle donne: la virtù assoggettata al patriarcato

Filippo Dini ci conduce con Alcesti nel ritmo solenne di una danza di terrore e virtù in cui le ipocrisie degli uomini sono smascherate e la purezza sacrificata.

Come misurare il valore di una persona? Se uno dei metri di giudizio può essere ritenuto la capacità di sacrificarsi per l’altro, Alcesti è una lezione morale non di poco conto. Una tragedia singolare, sospesa tra dramma e commedia, presentata da Euripide nel 438 a.C. al posto di un dramma satiresco, come era consuetudine terminare le tetralogie. Una messa in scena che illumina il testo antico rispettandone rigore e spirito, pur attualizzando scenografie e costumi. Dopo il debutto al Teatro Greco di Siracusa, è stato Il Teatro Romano di Ostia Antica a ospitare questa rilettura della tragedia a lieto fine di Euripide: Alcesti. La regia di Filippo Dini è impeccabile e solenne e sceglie di ambientare l’azione nello spazio lussuoso e moderno di una villa dei nostri giorni, la dimora del re Admeto.

Deniz-Ozdogan-Alcesti_foto-centaro


Alcesti, moglie e madre devota, accetta il fardello del sacrificio estremo: la morte. Come permesso dal dono del dio Apollo, si sostituisce al marito Admeto, assumendo su di sé il destino di una morte prematura per salvare lui, in contrasto con la scelta adottata dagli stessi anziani genitori del sovrano, che scelgono di tenersi cara la vita. Gli affida i figli portandolo a giurare di non risposarsi mai più. Sarà un ospite inatteso e goffo, Eracle, a riportarla in vita per riconoscenza verso l’ospitalità di Admeto.

Filippo Dini è puntuale nel dirigere con estrema cura la tragedia di Euripide, estraendo la contemporaneità di un testo che sfida la meschinità del patriarcato. Alcesti si contorce di dolore, ma neanche il corpo morente riesce a lacerare la sua fiera dignità e deturpare il candore di una purezza vicina alla santità, che anticipa il tema del sacrificio per amore, incarnato successivamente da Gesù.

L’interpretazione di Deniz Ozdogan si immerge in profondità, trovando un equilibrio perfetto tra sottrazione e declamazione, tra autenticità e carisma scenico. Barcolla tra gli ultimi spasimi di vita, la flebo non basta a tenerla in vita, malata terminale alle sponde del trapasso verso l’oltretomba. Risplende in lei una vitalità spiazzante, una foga di vita spumeggiante. Con orgoglio si accinge alla fine. Visioni la scuotono e le parole si innalzano, con l’inflessione e cadenza peculiari del suo essere madrelingua turca, in un intimo commiato misto di fragilità e forza. Si percepisce anche una sottile ironia nei confronti dello sposo: Alcesti in questa versione è sicura di sé e sfacciata, certa della superiorità morale al marito.

Un Apollo dorato (Alessio Del Mastro) introduce e si confronta con il ghigno malefico e stridulo di Thanatos (Luigi Bignone). Sandra Toffolatti, l’ancella che si prende cura di Alcesti nei momenti prima della morte, encomia la sua grandezza d’animo in un toccante elogio interpretato con sensibilità e maestria. Lo sposo Admeto (Aldo Ottobrino) enuncia parole d’amore, ma chiara è la sua codardia e ambigua la sua posizione. La sua debolezza si contrappone ad Alcesti, eroina tragica che perderà probabilmente se stessa nel suo sacrificio: il lieto fine non rincuora completamente lo spettatore e la regia enfatizza il canto di solitudine di colei che ha conosciuto la morte.

Il ritorno tra i mortali è segnato dal cambiamento. Il temporaneo non riconoscimento sta a dirci che Alcesti non torna immutata. Non solo ha il volto velato ed è impossibilitata a parlare per tre giorni, ma qualcosa in lei si è rotto, spezzato. Non appartiene più né alla vita né alla morte. Alcesti è una tragedia che interroga l’umanità su questioni etiche non di poco conto. Ci si chiede se ci sia una gerarchia che stabilisce quali vite hanno più diritto a mantenersi intatte; cosa implichi l’amore e quale sia l’essenza del sacrificio; cosa renda una donna degna dell’attributo “migliore” e se già il solo fatto di attribuire questa etichetta sulla base del beneficio tratto dagli uomini sia meschino.


L’Eracle di Denis Fasolo è goffo e veneto nel dialetto, uno di quegli elementi che il regista sceglie di tanto in tanto di adoperare per marcare la comicità sottointesa nel testo. Ferete, l’anziano padre di Admeto ostile al proprio sacrificio, è impersonato dallo stesso Dini con incisività.Molta attenzione è data alla presenza del coro e ai suoi movimenti all’unisono: non solo riporta informazioni e stati d’animo, ma è energia e scintilla. Brilla in questa messa in scena una sacralità del gesto: da quello comune e ordinario a quello danzato e coreografato. Geometrie ossessive e flussi fluidi di movimento irrompono rimandando al Teatrodanza di Pina Baush.

Deniz Ozdogan_Aldo ottobrino_foto centaro.

Magistrale è il risultato. Il coro è associato al dirompere della forza dionisiaca, che a sua volta rimanda nella mitologia al ritorno alla vita dopo la morte. Così il coro ha la facoltà di anticipare visivamente e fisicamente la transizione dal mondo dei vivi a quello dei morti, e viceversa. Dunque la sua importanza è fondamentale e traina lo spettacolo nel ritmo di una spiritualità che pervade ed eccede una realtà apparentemente in ordine ma segnata dall’ipocrisia. Alcesti chiude questa seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival – Il senso del passato, organizzata dal Teatro di Roma.

ALCESTI, Teatro romano di Ostia

17 – 18 luglio 2026

di Euripide
regia Filippo Dini
traduzione Elena Fabbro
con Alessio Del Mastro (Apollo)
Luigi Bignone (Thanatos)
Sandra Toffolatti (Ancella)
Deniz Ozdogan (Alcesti)
Aldo Ottobrino (Admeto)
Denis Fasolo (Eracle)
Filippo Dini (Ferete)
Bruno Ricci (Servo)
Caterina Dini (Figlia di Alcesti)
Giorgio Signorelli (Eumelo, figlio di Alcesti)

Capo coro Carlo Orlando
Coro Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino,
Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo,
Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino,
Dalila Toscanelli, Carla Bongiovanni, Francesca Totti

scene Gregorio Zurla
costumi Alessio Rosati
musiche Paolo Fresu
disegno luci Pasquale Mari
movimenti Alessio Maria Romano
assistente alla regia Arianna Sorci
assistente costumista Giulia Giannino

produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale,
Fondazione INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico

immagine di copertina:Aldo Ottobrino (Admeto), Riccardo Scalia (figlio di Alcesti)_foto Centaro

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