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The Echo Chamber: avvinghiati nell’abisso eppure distanti

Dalla 83ª Mostra del Cinema di Venezia alle sale: in The Echo Chamber la coppia Luca Marinelli – Alicia Vikander condivide un limbo di dolore in cui l’eco del vuoto rimbomba tra le crepe di un amore

Presenza e assenza, intersezioni di traiettorie, incontri mancati. The Echo Chamber racconta una mancanza e il disperato tentativo di colmarla. Due solitudini si incontrano: lui sofferente, lei incline al sacrificio e all’abnegazione. Un racconto sensuale e inquietante sulla falla e gli ingranaggi di un meccanismo d’integrazione chiamato amore, ma misterioso nella sua natura.

Basato su un soggetto originale di Bernardo Bertolucci e un’ultima sceneggiatura da lui lasciata incompiuta per la sua scomparsa nel 2018, il progetto è stato successivamente completato da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi e la regia affidata al rigore intimistico di Andrea Pallaoro. A interpretare i due amanti Luca Marinelli e Alicia Vikander: lui, bomba ad orologeria che riesce a contenere la forza delle pulsioni del personaggio e del proprio stile in un’interpretazione che trattiene l’esplosione della carica di un attore abituato a recitare maestosamente sopra le righe ma perfettamente capace di levigare e smussare questa attitudine per approcciarsi con dolcezza e tatto ai personaggi più svariati; lei, delicata e intensa, condensa in sguardi e primi piani ipnotici bivi e sentimenti del suo personaggio, tratteggiando con grazia il chiaroscuro di un amore tormentato.

Il luogo (la casa) è l’amplificatore delle emozioni dei personaggi. Vite parallele: stesso posto, nessun incontro. La casa fantasma, la casa infestata: risuona in questo film di echi e risonanze la presenza di A Ghost Story di David Lowery. Una storia d’amore che si spezza, un trauma e poi l’avanzare del tempo, il ritorno ciclico, l’accartocciarsi delle stagioni e dei secondi. Fantasmi che si aggirano con naturalezza, che abitano il limbo. In A Ghost Story il soprannaturale era reale e metaforico, qui è il concreto ad assumere fattezze spettrali. La rottura di un amore diviene un racconto di fantasmi.

Ossessione, controllo, dipendenza, devozione. La forma si attiene a un’estetica estremamente curata ma fredda, quasi glaciale, capace di evocare la rigidità degli schemi comportamentali dei protagonisti e il nichilismo di un punto di vista autoriale che non trova nell’incontro passionale la vera salvezza, ma un tentativo disperato che alimenta ulteriormente il senso di solitudine. Così il formato 4:3 con le sue proporzioni serrate porta in scena un’asfissia dell’anima. Una ricerca estetizzante che pone l’accento su una ritrattistica claustrofobica con primi piani che invadono lo spazio vitale dei personaggi e campi lunghi che rimangono intrappolati nell’ambiente domestico, raffinato e algido dell’abitazione.

Esplode nel finale un dirottamento verso il melodramma, ma la regia rimane austera e composta. Un climax che delinea il declino esistenziale di percorsi già forse condannati in partenza. In questa dinamica di ossessione, controllo e devozione affiora anche una lontana parentela con Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson. Non tanto per le vicende narrate, quanto per l’idea di un amore che sembra poter esistere soltanto attraverso una forma di dipendenza reciproca, nella quale cura e possesso finiscono per confondersi. Ma là dove Anderson costruiva un legame paradossale, attraversato da una forma quasi rituale di reciprocità, The Echo Chamber sembra spingersi verso una dimensione più desolata: l’altro non è tanto colui che ci completa quanto colui al quale affidiamo, disperatamente, il compito impossibile di salvarci dal nostro stesso vuoto.

Diverso sembra il rapporto tra i personaggi di Marinelli e Susan Sarandon: un legame di amicizia che non sembra sopraffare l’altro, una condivisione della sofferenza che libera la creatività e si appoggia alla forza demiurgica dell’arte. Empatia e dialogo, schiettezza e condivisione, senza scivolare nelle derive tossiche della dipendenza o del controllo. In The Echo Chamber là dove l’amore sembra diventare un tentativo disperato di colmare il vuoto attraverso l’altro, l’amicizia sembra invece restituire a entrambi uno spazio di libertà.

Una frase di Henry James scandisce la loro collaborazione artistica e illumina incontri e melodie: “Noi lavoriamo nell’oscurità: facciamo quel che possiamo, diamo quello che abbiamo. Il dubbio è passione, e le nostre passioni sono il nostro compito; il resto è la pazzia dell’arte“. Così l’arte diviene territorio di incontro ma anche possibile elaborazione del dolore. Non potendo aspirare a cancellare l’abisso, lo attraversa e lo trasforma in materia creativa.

Accanto alle composizioni originali di Clément Ducol, la colonna sonora introduce brani contemporanei e storici (da Nick Cave a Nina Simone, da Marianne Faithfull agli Imagine Dragons) che si amalgamano in continuità al canto di Susan Sarandon, come una camera dell’eco che amplifica e rimbalza di vuoto in vuoto le emozioni dei personaggi in un infinito spazio chiuso e rarefatto.

Resta, alla fine, l’immagine di due solitudini che si sfiorano senza riuscire davvero a salvarsi. È da questo spazio sospeso tra desiderio e abisso che nasce la poesia che accompagna questa riflessione: un tentativo di dare voce a ciò che nel film rimane irrisolto, alle stanze dell’assenza e alla domanda, forse inesauribile, su cosa chiamiamo amore.

L’abisso divora
Tacito avanza
tra increspature di non senso
Il sorriso affoga
Infermo vacilla
tra rimembranze aeree.

Stanze vuote. Stanze piene
Di Assenza
Di te
Cosa chiamo Amore?

Vita punteggiata di sfocature
Inclino il mio respiro
all’altezza della tua bocca
sottraggo al tuo fiato
la libertà del soffio

Della vicinanza permane l’atrofia
L’uno nell’altro
il Vuoto semina.

Salvezza nel tuo bacio
La tua autodistruzione sommerge anche me
che accasciata nella commiserazione
accetto l’inevitabile sciagura.

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