Con Odissea Nolan continua a tessere il proprio universo di significanti e significati sublimandolo in un’opera potente e monumentale che assimila il respiro del poema omerico indagando la vulnerabilità umana
Christopher Nolan avanza in un terreno già battuto, ma forse mai in modo tanto personale e incisivo. Solca l’epica trovando il giusto equilibrio tra intimismo e monumentalità, tornando ancora una volta alla linfa vitale del suo cinema, a quell’incastro perfetto tra visionarietà e sentimento. Così le tappe di Ulisse diventano stazioni di un viaggio mentale e fisico in grado di convergere in un epilogo rivelatore di ampio respiro tipico alla Nolan, che sollecita uno scricchiolio dell’anima, lo scatto di una nuova consapevolezza, tanto dei personaggi e del film, quanto di noi stessi.

Nolan problematizza il mito rimanendogli fedele, senza snaturarne la grandiosità. Al contrario della versione recente di Uberto Pasolini, rimane tutto il clamore sottile e viscerale di una tensione epica dirompente. Un’introspezione colossale che deterge il cinema, oscillando tra la maestosità – spettacolare ma mai scarna di significato – delle sequenze d’azione e l’intimismo di momenti appartati, privati, dove la macchina da presa inquadra da vicino gli attori o si serve di ostacoli visivi per evocare la delicatezza del frangente emotivo.
Il regista vira verso mete che sanciscono uno scarto tra il prima e dopo, un cambio di passo in direzione del futuro del cinema, girando completamente in IMAX (il che ha reso necessario sviluppare una nuova generazione di macchine da presa, più compatte e silenziose) riducendo significativamente l’uso della CGI. Predilige scenografie reali e location naturali, stunt dal vivo e grandi set fisici. Un’impresa monumentale che fa eco alle grandi produzioni del cinema muto inglobando però le tecniche più all’avanguardia del cinema contemporaneo.
Un film di rara bellezza. Un viaggio verso nuove sponde ma anche un ritorno alle atmosfere e tematiche portanti del cinema del cineasta, a partire dall’ossessione per il tempo: dilatato, frammentato, manipolato, vissuto nella soggettività o arbitrarietà della capacità percettiva umana. Sospeso tra oblio e memoria, è un tempo che il protagonista è chiamato a vivere da un destino che gli appare indecifrabile e al contempo categorico. La realtà sfuma nell’immaginario senza possibilità di distinguere il sogno dall’effettività.
Il montaggio diventa tessuto visibile e coagulante dell’opera, non semplice raccordo tra le immagini: struttura, cicatrizza e rende visibile l’architettura nascosta del racconto, unendo spazi e prospettive. Come in Memento è necessario ricostruire la narrazione e riordinare la caoticità di un passato che pesa con le sue scelte e gli sbagli che hanno inclinato la coscienza.
La guerra rappresenta l’assassinio della saggezza, il dilagare di una brutalità feroce, la decapitazione della ragione. Tornano le sterminate distese sabbiose di Dunkirk, teatro di una sospensione straniante che è attesa e stasi angosciante. Una condizione esistenziale che richiama l’arte surrealista e lo spaesamento della metafisica di De Chirico, trovando il proprio epicentro visivo nella posa con cui il cavallo di Troia affonda nella spiaggia scossa dal vento.
Come tipico del suo cinema, Nolan incede insistendo sulla vulnerabilità e umanità di Ulisse, sugli errori e sul senso di colpa. Pertanto non una sterile celebrazione ma un affondo nell’inquietudine umana. Personaggi vivi e pulsanti, mai ridotti a icone mitologiche, ma restituiti nella loro complessità umana. Figure misurate, lontane dall’enfasi declamatoria. Presenze sceniche vibranti di desiderio, passione, sofferenza che abitano lo schermo con tridimensionalità e verità. Il mito trasformato in paradigma di una condizione esistenziale comune che non si riduce però a immagine esemplificativa statica: pullula di vita propria, attraversato da rughe e contraddizioni, febbrile e solenne insieme.
Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Charlize Theron, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Samantha Morton, Zendaya: un cast convincente e diretto alla perfezione che si integra armoniosamente in un universo narrativo che a sua volta prende spunto dal mondo ellenico per interrogare tematiche e sentimenti di estrema modernità, costituendo implicitamente un dialogo allegorico tra epoche e culture. Rappresentare l’umanità nelle sue tensioni più profonde, andare all’essenza trovando il giusto linguaggio, bilanciando pathos e tecnica.
Nolan inoltre attinge all’iconografia ellenica riplasmandone i contorni alla luce di un’estetica che oscilla tra l’idillio sublimante riservato a divinità e regine e una dimensione grottesca e orrorifica. Convivono così la bellezza ideale del sacro con la sua componente più primordiale e perturbante, che emerge soprattutto nel capitolo di Circe, in cui si incrociano body e folk horror.
L’Odissea di Christopher Nolan è un’opera magistrale che attraversa la materia viva del mito con un linguaggio riconoscibile e maturo, coniugando spettacolarità e profondità, navigando acque familiari e trascendenti al contempo, varcando strade dissestate e impervie, approdando in terre misteriose quanto lo è l’incognita per eccellenza: l’animo umano. L’amore, sembra dirci Nolan, aspetta e pazienta, lenisce e accoglie, medicando le ferite di un’identità alla deriva. L’amore è l’ultima sponda. Quel mare aperto da solcare, a cui abbandonarsi, rinunciando al controllo, alle difese.

Un passaggio in cui si ritrovano l’Odissea di Nolan e Itaca – Il ritorno di Uberto Pasolini, estremamente diversi ma altrettanto vicini nell’attualizzare e rivitalizzare il mito: la guerra contro sé stessi condivisa diventa sopportabile. In due il peso della solitudine, della colpa e del conflitto può essere sostenuto e nuove rotte si prospettano tra memoria e oblio, rispetto per i morti e liberazione, rimembranza e speranza. L’attesa di Penelope e Argo – il fedele vecchio amico di Ulisse a cui è stato dedicato più spazio del solito – diventa lo spazio sacro che misura e preserva l’assolutezza dell’amore e nella promessa concreta di un «per sempre» tesse la possibilità ultima di salvarsi.
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