Un adattamento viscerale e conturbante di Peccato che sia una sgualdrina (‘Tis Pity She’s a Whore) di John Ford, fedele al testo e moderno nella resa scenica
Tutto passa. Anche la pioggia. Arriva il sole ma prima sanguinano gli occhi che hanno bramato la vita. Si ferma la corsa di quei corpi nervosi, l’incedere delle anime avide di piacere. Sospese la frenesia delle parole e la verbosità dei sotterfugi. Solo nella morte la purezza trova grazia e trionfo. Cala il tramonto, o forse l’alba, di una canzone sull’ineluttabilità degli eventi.
Parma. Annabella è una delle fanciulle più desiderate della città. Molti ambiscono a sposarla, i corteggiatori non le mancano, eppure un desiderio inopportuno la lega al fratello Giovanni, che a sua volta ne è segretamente ossessionato e confessa il suo amore per la sorella a Frate Bonaventura. Ogni tentativo del religioso di dissuadere il giovane si rivela inutile. Giovanni confessa i suoi sentimenti ad Annabella. È solo l’inizio di una tragedia incommensurabile dove ogni essere umano è pedina di qualcun altro e di un infausto destino punitore dei peccati commessi o semplicemente indifferente alle miserie degli uomini.
Lorenzo Lavia mette a fuoco con un possente lavoro di traduzione e adattamento la vivida violenza del testo, intesa non tanto come efferatezza delle azioni ma come qualità intrinseca alla parola, che si fa manifestazione focosa dell’indole dei personaggi e di un dinamismo distruttivo che ne investe la mente come un’ombra che pende sulla loro anima. Integro e senza tagli, il dramma seicentesco di John Ford – omonimo del famoso regista americano – viene tradotto pertanto nel modo più essenziale possibile, asciugando il testo dalla possibile verbosità di alcune traduzioni, e rivelato nella sua carnalità.
Lavia inserisce anche una componente musicale che spezza l’andamento dinamico e vorticoso della rappresentazione a favore di una parentesi metafisica, un’epifania dell’inevitabile e del fallimento implicito di ogni proposito. La canzone di Ippolita, composta musicalmente da Fabio Garzia, nasce dall’intuizione del regista di recuperare e rielaborare le parole di un monologo tratto da Sacrificio d’amore dello stesso Ford.
La scena, spoglia e minimalista, si inserisce in una narrazione visiva asettica e alienante, dove nei costumi il colore rosso accomuna tutti i personaggi, come un livido segnale di ferocia emotiva. Rosso anche come il presagio di un incedere sanguinario e di un finale atroce. Quattordici attori per un’impresa ambiziosa che restituisce la modernità e la bellezza di questa tragedia. Il conturbante irrompe nella gelida atmosfera, ma senza lasciare tracce di calore, eccetto in pochi fulgidi momenti più vicini alla morte che alla vita. La parola si fa movimento, il ritmo è serrato e il corpo in spasmodica tensione quasi a deformare l’ambiente circostante e l’anima dei personaggi.
Nello spazio di ipocrisia generale sintetizzato nei giudizi ciechi e aridi di una religione cattolica che non conosce pietà o introspezione e vive ancorata al terrore e alla repressione dei veri impulsi umani, viene fuori tutta la miseria umana in una visione dark e sotto certi aspetti anche pulp. La recitazione enfatizza con precisione e veemenza l’ambiguità morale dei personaggi, al contempo burattini e burattinai, in preda ai propri vizi e capricci. I corpi inquietano come se segnati da una malattia corrosiva che nasce dalle viscere e storpia, annichilisce.
Un adattamento intenso che travolge con la propria oscurità, un teatro di maschere e mostri illuminato solo in pochi intramezzi appena accennati da un sussurro di delicatezza che però non è in grado di scomporre il tempo presente né tantomeno quello futuro.
TEATRO GRECO – Roma
5-17 maggio
di JOHN FORD
con Giorgio Crisafi, Marial Bajma-Riva,Erika Puddu,
Fabrizio Apolloni, Riccardo Floris,Antonio Tallura,
Giuseppe Coppola,Gabriele Anagni, Pavel Zelinskiy,
Eros Pascale,Mauro Racanati,
Clara Danesi,Giacomo Mattia, Angelica Accarino
scenografia Paola Castrignano’
costumi Mara Gentile
regia LORENZO LAVIA
produzione United Artists




