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The Old Oak: riflessi di speranza, bagliori di dignità nel film di Ken Loach

Ken Loach racconta con discrezione e delicatezza una storia di dialogo e dignità che fa male nella sua verosimiglianza ma si lascia sfiorare dalla potenza della speranza.

Ken Loach ci consegna uno spaccato di vita struggente popolato da perdite, paure e conflitti che emergono quando una comunità siriana di profughi si trasferisce in una cittadina inglese mineraria ormai in declino. A catalizzare questa tensione ma anche a prefigurarsi come solo luogo possibile di dialogo è un vecchio pub di proprietà di TJ Ballantyne (Dave Turner), che faticosamente arranca per sostenere i costi del locale e non cedere alla malinconia, aiutato dall’affetto della sua cagnolina. Tuttavia la gentilezza di TJ nei confronti dei rifugiati non è bene accolta dai suoi concittadini e un’iniziativa di beneficenza accenderà la scintilla di una spiacevole disputa.


Controcorrente. Una vita di resilienza che sopporta le ondate burrascose delle avversità, un perenne opporsi alle ingiustizie che premono addosso. The Old Oak è una storia di dialogo ma anche di silente eroismo, tacito, non vistoso ma saldo, proprio come una vecchia quercia.

È anche un racconto di abbrutimento, il ritratto di una comunità povera troppo sofferente e a pezzi per accoglierne un’altra. La paura del diverso come motore di odio, ostilità e razzismo appesantisce questo mondo allo sbando, immobile, bloccato nella nostalgia di giorni migliori e incapace di vedere i raggi del sole del futuro. Tuttavia nell’oscurità la speranza irrompe negli attimi più imprevedibili e nelle forme meno attese, portando una ventata di luce e colore negli spiragli della vita.

Ken Loach immortala con uno sguardo maturo e delicato le esistenze scombussolate di rifugiati e cittadini locali come fa anche il personaggio di Yara (Ebla Mari) con la sua macchina fotografica, catturando quel residuo di tenacia e speranza che brilla anche negli occhi più sfortunati grazie al calore della vicinanza altrui. Unirsi per sopportare insieme le difficoltà sembra essere l’invito che il regista britannico ci pone con il suo cinema sociale, esortando ad abbracciare la diversità e la stranezza di una scritta storta, perché è la lettera capovolta a renderla speciale.


La recitazione trattenuta e mai melodrammatica svela la dignità dei personaggi, che subiscono senza cedere o cadere, affermando una loro nobiltà d’animo ed emanando autenticità. La realtà è letta con una lente non edulcorata, il più possibile realistica, sebbene traspaia un sentimentalismo che lascia intravedere e percepire la predilezione di un punto di vista e il giudizio dell’autore. Un cinema etico orientato alla verità senza mai perdere di vista la propria bussola morale.

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