Star Wars: The Mandalorian and Grogu si dimostra un film valido capace di raccontare con delicatezza e ironia un’epica degli affetti e un percorso di formazione tanto bizzarro quanto intenso emotivamente
Il nuovo spin-off di Star Wars è un film in fin dei conti sul prendersi cura di qualcuno. Vegliare e proteggere l’altro è l’imperativo portante che rende questo nuovo capitolo a tratti struggente. Crescere e imparare il controaltare al dovere di educare e insegnare, concetti che strutturano il rapporto tra Grogu e il Mandaloriano. Non è l’epica storia alla Star Wars. Certo di epico c’è molto, a partire dai continui combattimenti e dagli archetipi in gioco, ma il tutto assume un alone più intimo. Il conflitto tra male e bene ovviamente c’è ma è più di sfondo, quello che veramente è il cuore del film è il rapporto tra il mandaloriano Din Djarin e il delizioso Grogu, due personaggi che anche chi non ha visto la serie tv imparerà ad amare.

L’Impero è caduto, ma i signori della guerra imperiali sono ancora sparsi per la galassia. Il leggendario cacciatore di taglie mandaloriano e il suo giovane apprendista Grogu accettano incarichi solo dalla nascente Nuova Repubblica, che gli affida un importante e pericolosa missione per proteggere tutto ciò per cui ha combattuto l’Alleanza Ribelle. Non contano eccessivamente gli antecedenti, la situazione generale è comprensibile e anche se qualcosa dovesse sfuggire la velata malinconia, anzi mascherata, del Mandaloriano e la simpatia di Grogu arrivano immediatamente. Pedro Pascal – c’è lui sotto l’elmo come risaputo – emoziona con la sua solenne riservatezza e imponente presenza scenica. Lui è come un padre e questo significa molto nella saga di Star Wars che dell’archetipo del padre ha fatto la propria forza.
Ci sono stati regalati legami conflittuali come quello tra Darth Vader e Luke Skywalker o tra Han Solo e il figlio Ben – Kylo Ren, ma anche il rapporto tra Jedi e discepoli rientra in questa sfera. La morte metaforica o fisica del padre a favore di un’indipendenza del figlio – e qui si potrebbe citare anche la Sindrome di Edipo – echeggia in questi film. Star Wars: The Mandalorian and Grogu rientra in questo macro tema e ne è la sponda più delicata e lirica. Un uomo completamente armato e un bimbo (così lo chiamano in molti). Un’immagine potente, un’allegoria forte della genitorialità, dove il genitore assume in una prima fase su di sé tutte le responsabilità, affrontando pericoli e difficoltà, per poi addestrare il figlio a fare a meno del suo aiuto e a diventare padrone di sé.
Non c’è solo poesia, ma anche tanta azione. Fin dalla prima scena il film si rivela dinamico, divertente ed emozionante. Grogu è un vero mattatore di comicità e dolcezza e rende questo spin-off apprezzabile da chiunque, fan e non dell’universo Star Wars. La regia di Jon Favreau è classica e carismatica, grazie anche all’alchimia con la colonna sonora di Ludwig Göransson. Ne viene fuori un’energia vecchio stampo che rimanda in un certo qual modo alla trilogia originale di Star Wars, ma anche alla tensione dei film di Sergio Leone, dove non a caso il connubio con la musica era fondamentale e straordinario. Duelli e massacri, mercenari, armi. Si combatte e tanto, senza il tema portante della forza e l’ombra di un male che attrae in agguato, ma si combatte.
Il fascino di un guerriero dal volto coperto continua a essere esercitato ed è incredibile quanto il non mostrare possa persino accrescere il livello di empatia o certamente non smorzarlo, come se la maschera fosse un ostacolo che non riesce a trattenere la forza emotiva del personaggio e ne diventasse suo malgrado un amplificatore.

Un apprendistato memorabile e commuovente rende Star Wars – The Mandalorian and Grogu intenso e ben calibrato. La dicotomia male – bene è lontana, ma emergono i conflitti legati all’addestramento maestro – allievo e al rapporto padre – figlio. Il vero dramma umano che si prefigura è quello del distacco e della perdita, le sfide l’autonomia e il coraggio di affrontare la paura. Non il capitolo più rappresentativo in termini di tematiche, ma di certo un tassello significativo per atmosfere e stile, nonché un racconto esemplificativo del dialogo generazionale, modellato con una delicatezza toccante e un’ironia contagiosa.
Con Pedro Pascal, Sigourney Weaver, Jeremy Allen White – Diretto da: Jon Favreau – Scritto da: Jon Favreau & Dave Filoni & Noah Kloor – Prodotto da: Kathleen Kennedy, p.g.a., Ian Bryce, p.g.a., Jon Favreau, p.g.a.Dave Filoni, p.g.a., – Executive Producer: Karen Gilchrist, John Bartnicki, Carrie Beck – Direttore della fotografia: David Klein, ASC – Scenografi: Andrew L. Jones, Doug Chiang – Costumista: Mary Zophres – Musiche di: Ludwig Göransson – Montaggio di: Rachel Goodlett Katz, ACE, Dylan Firshein – Visual Effects Supervisor: John Knoll – Special Effects Supervisor: Scott Fisher – Stunt Coordinator: J.J.Dashnaw, Mandy Kowalski – Stunt Fight Coordinator: Lateef Crowder – Animation Supervisor: Hal Hickel – Supervising Sound Editor/Sound Designer: David Acord Supervising- Sound Editor: Matthew Wood




