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La gioia: segreti e contraddizioni della sua mirabile natura

Al Teatro Argentina la rassegna culturale Tra Psiche Mito – Dialoghi sull’essere ha come oggetto nel suo quarto appuntamento il mistero di una delle emozioni più luminose che ci siano: la gioia.

Quella misteriosa e sfuggente emozione che inonda di luce e leggerezza, quel tonfo di beatitudine che trasporta nel miraggio intravisto all’orizzonte. Da dove nasce? Come potremmo definirla? Interrogativi importanti che muovono il quarto appuntamento della rassegna che si sta tenendo nella meravigliosa cornice del Teatro Argentina, Tra Psiche e Mito. Cinque incontri focalizzati su tematiche diverse, cinque tappe di uno stimolante percorso di approfondimento e cultura. A discorrere della gioia domenica 17 maggio Matilde Vigneri (psichiatra, psicoanalista, membro didatta della Società Psicoanalitica Italiana) e la scrittrice Valeria Parrella, accompagnate da alcune letture interpretate da Francesca Piccolo, in scena in questi giorni al Teatro Torlonia con Le notti bianche di Dostoeveskij.

La gioia. Questo senso di benessere e appagamento riguarda la sfera di appartenenza del corpo o dell’anima? Matilde Vigneri ci presenta la gioia come una percezione sensoriale che risponde al corpo, un’emozione fisica primaria, una risposta corporea immediata a uno stimolo adeguato dei sensi. Una sensazione di intimo calore che in alcune persone viene frenata da barriere dell’inconscio o da patologie come la sindrome di Déjerine-Roussy-Lévy. Vivere senza gioia è come arrancare in un lungo sconforto o attraversare un deserto spogli di alcun tipo di speranza, senza quella vibrazione interiore che alimenta entusiasmo e autostima.

La gioia è strettamente connessa alla sua controparte: il dolore. Così la Vigneri mette in luce questo legame fondamentale per cui tanto più è lancinante il dolore quanto più è forte la gioia.
Proprio per trasmettere la forza di questo paradosso, porta come esempio l’esperienza dello scrittore Premio Nobel Imre Kertész, che nell’orrore puro dei campi di concentramento trovò i suoi attimi di felicità.

Proseguirò la mia vita che non è proseguibile” scrive ”non esiste assurdità che non possa essere vissuta, e sul mio cammino, io so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti, c’era qualcosa che somigliava alla felicità”. E conclude: “Sì è di questo, degli attimi di felicità dei campi di concentramento, che dovrei parlar loro la prossima volta che me lo chiederanno. Se me lo chiederanno. E se io non l’avrò dimenticato”.

Dolore, oblio, fragilità, La gioia è perennemente sull’orlo di uno strapiombo di fitta malinconia, dovuto forse alla consapevolezza della sua natura fugace. Può essere persino dimenticata, ma forse è questo carattere transitorio che la rende così preziosa, questa friabilità della memoria e dell’emozione che le conferisce un tale valore. Così Prévert scriveva: “Ho riconosciuto la felicità dal rumore che ha fatto andando via”.


Valeria Parrella ritrae con le sue parole il momento epifanico in cui la gioia ci sorprende, come un’irruzione che irrefrenabile travolge e spiazza. Il suo intervento si sofferma sulla connessione con la natura e sull’imprevedibilità e spontaneità della gioia. Tuttavia se per Montale la gioia è un’esperienza effimera che si mostra inaspettatamente come limoni nel pesante grigiore della città, per Goethe va conquistata ed esperita nel presentimento stesso della sua natura, che consiste in una tensione dinamica verso l’infinito, anziché nel possesso dell’attimo.


Di qui passiamo a Leopardi con La Ginestra, che cresce sulle superfici vulcaniche, quelle stesse in cui un giorno Bukovwski trasformerà le colline, quando avrà vinto il fardello della sua pigrizia. Così nella desolazione dell’esistenza, in quel deserto senza tregua, spunta un fiore che rimette in discussione il senso della vita. Anche Antonia Pozzi, morta suicida, associa la gioia alla natura, ai fossi che ha tanto amato. Gramsci in prigione vive del pensiero di un mondo naturale salvifico e consolatorio.


La gioia. Quel barlume che si fa strada nel cuore, la primavera dei sensi. Indagarla è complesso vista la sua natura sfuggente, luminosa ma evanescente. Al Teatro Argentina ci siamo avvicinati a interrogarne la bellezza e a svelarne misteri e contraddizioni. Un cammino di poesia e contrasti, idilli e turbamenti, luce e oscurità, memoria e oblio. Scrive C.S. Lewis che la gioia è “quell’improvvisa nostalgia di un paese in cui non ricordiamo di essere mai stati, quella memoria di un futuro non ancora vissuto”.

La seconda edizione della rassegna Tra Psiche e Mito – Dialoghi sull’essere si conclude al Teatro Argentina domenica 24 maggio con altri due interventi: Pietà l’è morta della scrittrice Ritanna Armeni e Il luogo vuoto dell’amore della psicoanalista Cristiana Fanelli. Un’esperienza filosofica e umana da vivere, un viaggio tra le riflessioni culturali degli ospiti d’eccezione e le letture toccanti di Francesca Piccolo. Quando il sapere incontra la forza dell’esperienza emotiva e sensoriale di artisti e scrittori abbiamo un’occasione unica di immergerci nelle acque profonde non solo della conoscenza ma della vita stessa.

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