Il riverbero di uno spettacolo alle volte sente il bisogno di prendere forma nei versi di una poesia dedicata a quell’emozione.
Il buio, la morte, le insidie dell’oblio… il dolore. Lacerante e insostenibile. Lo sfogo di un’anima ferita che solo nell’assurdità della pazzia trova ancora un motivo di vita. Il 23, 24 e 25 aprile Gennaro Duccilli e il Teatro della Luce e dell’Ombra ci hanno regalato un’esperienza teatrale intensa (la recensione) ispirata al Caligola di Albert Camus. A distanza di qualche giorno le parole scorrono da sole e prende forma un mio immaginario monologo di Caligola. Nella chiusa immagino un coro commentare la sorte e la crudeltà di questo personaggio che ha travalicato ogni confine dopo una sofferenza per lui impossibile altrimenti da sopportare.
Il tarlo sorseggia la mia ragione
se ne nutre
e lentamente affogo nell’assurdo
urto allo strapiombo
cerco di toccare le stelle
ci sono quasi
ma mi sfuggono.
Straripa il mio bisogno
dello sconfinato
Urla dentro il mostro
Io non sono più me stesso
ma abominevole giullare
di una trama lenta a finire.
Cado in me stesso
il vortice consuma le ossa
l’oblio – maledetto oblio-
si aggrappa a te.
Come sei taciturna e fredda adesso
non ti riconosco
Oh eccola la Luna
Portatemela, lo esige l’imperatore.
Sulla Luna vuole ballare.
Osa Caligola invalidare il cielo
conquistarne i reami
attingere al suo inchiostro.
Sfigurato dalla sorte
vaga tentennante nel fitto bosco
finché decide di essere lui
materia di morte
simulacro dell’incontenibile.
La sua sintonia con l’intero
è poesia messa al bando
dalle difese della ratio.
Scatto fotografico di Antonio Maria Duccilli che ritrae Gennaro Duccilli durante lo spettacolo Caligola




