François Ozon adatta Lo straniero di Albert Camus, consegnando al cinema un’esemplare e rigorosa parabola dell’assurdo fondata sul contrasto tra l’indifferenza della natura e gli sforzi umani di trovare un senso consolatorio alla realtà
Vuoto. Sordido vuoto. Io non mento ma il corpo inganna, anzi no: è nella mente altrui l’inganno. Non credono alla mia totale indifferenza, non se ne possono fare una ragione. L’inaccettabile è messo al bando, esiliato in zone periferiche anguste da raggiungere. Ora che la mia verità si appresta a emergere, devo essere il mostro, altrimenti la loro realtà andrà in frantumi. Lo scontro con il vero uccide l’illusione. Loro non sanno sopportare il peso che per me è quotidianità. Non c’è spazio per la poesia nel mio mondo. La poesia implica passione, qui c’è solo il gelo di una prosa schietta e senza fronzoli. Li vedo e non provo nulla. I loro sorrisi, piagnistei, tutta quella agitazione… a cosa servono? Le preghiere, i mea culpa… qual è la loro utilità? Io sono come il tutto. Insensibile. Distante. Tutti loro recitano un’assurda danza dell’empatia ma l’unico in grado di capire il mondo sembro essere io.

Mi immagino questo monologo da me abbozzato in questa mattinata di maggio scorrere nella mente di Meursault, il protagonista del nuovo film di François Ozon,Lo straniero, a sua volta tratto dall’omonimo romanzo di Albert Camus. Dopo l’affascinante Frantz, il regista francese torna all’eleganza del bianco e nero per fotografare questa volta un mondo arido di emozioni, un universo interiore congelato dalla mancanza di empatia e ostile alle menzogne, anche quelle dette a fin di bene. La regia asciutta e lineare di Ozon si armonizza pienamente alla scarsa partecipazione emotiva di Meursault, incapace di sintonizzarsi a fondo con gli altri, di cogliere e percepire empaticamente il colore dei loro sentimenti. Apatia e noia saturano la Algeri fine anni Trenta.
La mente e i ragionamenti di Meursault sono tanti semplici quanto acuti. Semplici perché non si impegna a trovare risposte o a elaborare concetti astratti: si limita a registrare la realtà così com’è, senza interpretarla. A ogni domanda riserva risposte brevi che recidono ogni contatto con forme complesse di ragionamento; una mente a suo modo complessa perché questa assenza di certezze e pilasti lo porta a galleggiare in un mare di instabilità e mancanza di punti di riferimento, distinguendosi per un rifiuto intrinseco delle costruzioni sociali e dei significati convenzionali. Dunque una semplicità nichilista che nel finale sfuma in un vero e proprio assunto esistenziale: la verità gli arriva in faccia come una ventata di vento, un’intuizione dell’assurdo che paradossalmente lo riappacifica con il mondo.
Benjamin Voisin interpreta Meursault con intensità e credibilità, attraversando il tempo filmico con la sua presenza – assenza, sempre distaccato e distante, presente nell’inquadratura ma irraggiungibile. Dipendentemente da ciò che il regista vuole trasmettere, il suo corpo magro oscilla dall’essere attrattivo a spettrale e cadaverico. Il tono emotivo è costante e si prolunga fino all’esplosione inattesa e feroce della parte finale, uno strattone violento che si trasforma ben presto in un nuovo tipo di serenità, una consapevolezza maturata nella sofferenza, in quel momento più tipicamente umano dell’esperienza emotiva di Meursault.

Lo straniero di Ozon è un adattamento di un’eleganza formale limpida ed esemplare. Con rigore riesce a restituire la bellezza del romanzo di Camus, adottando uno stile in linea con la Nouvelle Vague per l’effetto di spontaneità e naturalezza che lo contraddistingue. Essenzialità e dilatazione temporale, attenzione ai tempi morti e alla cartografia della quotidianità. Ozon misura ogni passaggio e il risultato è quasi solenne per quanto meritevole di plauso e affascinante. Una parabola dell’assurdo che divora ogni illusione, una libertà destabilizzante, quasi illecita che lo spettatore è libero di sperimentare nella finzione cinematografica, lo spazio sicuro dell’immaginazione e dei tanti se.




