Sociale ed esistenziale in Artico si sovrappongono maturando una poesia riflessiva che riflette lo scenario desolante di una modernità alla deriva rispetto cui anche la natura più inospitale è accogliente e amichevole.

Quando vedi un film immagini e suggestioni ti restano dentro e diventano parte del tuo universo interiore. Mi è successo questo con “No Other Choice – Non c’è altra scelta” di Park Chan-wook. Chi ha visto il film vi potrà riscontrare spunti interiorizzati e rielaborati in questa poesia.
Non c’è altra scelta,
il cielo cosparge di chiodi
le vie del nostro torpido cammino.
Non devia il corso del fiume
dagli argini preposti al suo controllo,
mentre patetici ci sforziamo di rischiarare
il buio di un sordido vuoto.
Una ballerina arranca faticosamente
sulle punte, celando dolore e timori.
Un uomo appena licenziato
elemosina compassione,
ma l’automa si appresta a saccheggiarne
vita e speranze. Una mano si difende dalla luce
accecante di un Sole che promette solo
tormenti e inganni. Intanto
il bambino esulta per il suo nuovo giocattolo,
inconsapevole di essere quello di qualcun altro.
Vivide illusioni di un tempo consumato
da proiezioni e denaro, macchine senza batterie,
ambizioni immortalate sulla parete per poi
essere umiliate dalla folla giudicante
e spiattellate al suolo denigrante.
Non c’è pietà, solo sopravvivenza.
L’Artico è più accogliente dei saloni della società.





