Teatro

Francesco Montanari il Riccardo III di un teatro degli attori

Al Teatro India è andato in scena “Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III”, un monologo interpretato da Francesco Montanari che provoca lo spettatore moderno e ricolloca sul trono del teatro la figura dell’attore.

Un personaggio, un attore. Riccardo III e il suo interprete. Francesco Montanari in un doppio ruolo che gestisce con grande maestria e innegabile spiccato talento. Scritto e diretto da Gabriel Calderón e liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare, in Storia di un cinghiale l’intersezione arte-vita, letteratura – quotidianità si fa pulsante, incandescente. Il personaggio si insinua nell’attore che lo interpreta, un processo di identificazione lento ma feroce, che sbrana i confini dell’identità. Questi si fanno labili, l’attore sfuma nell’icona letteraria, gli dà corpo e voce fuori dalla messa in scena immaginaria di una compagnia teatrale in crisi in un ammirabile gioco metateatrale dove ovviamente entrambi, Riccardo II e l’attore, sono oggetto dell’interpretazione del vero Francesco Montanari.

Un teatro nel teatro che rimette sotto i riflettori la materia prima della scena: l’attore. Un vivo richiamo all’epoca della Commedia dell’arte, al tempo del canovaccio e dell’improvvisazione, dove il regista non esisteva e il teatro era la compagnia, che gestiva ogni particolare, inclusi i costumi immediatamente riconoscibili e l’essenziale scenografia. Il teatro degli attori non si esaurisce però nella Commedia dell’Arte e nell’Ottocento si contrappone a quello dei grandi teatri e poi al teatro di regia, concezioni che oggi conosciamo molto bene.

Storia di un cinghiale è uno spettacolo certamente vincolato alla parola scritta, quella di Shakespeare ma anche di Calderón, ma ha un respiro e un alone particolare, una forza primordiale e fisica che scaturisce dall’interpretazione vorticosa e dirompente di un Francesco Montanari irrefrenabile. Un impeto che non si vede spesso a teatro e che travalica la compostezza della quarta parete. Montanari si rivolge direttamente allo spettatore, provocandolo e beffeggiandone abitudini e vulnerabilità, ipocrisie e disonestà. Non che lui – o meglio il suo personaggio – sia una persona migliore, anzi è un attore dai modi sgradevoli e gli intenti ambigui.

Certamente però è un grande narratore, che entra ed esce costantemente dalla tragedia del Riccardo III in un ciclico e perenne scambio di identità e ruoli. Sui versi di Shakespeare prende vita un grottesco teatro dell’assurdo, dove una recitazione di stampo classico si alterna al farsesco. Così Montanari si cimenta nelle parodie esuberanti dei personaggi femminili del Riccardo III e la sensazione è quella di un corpo e un’anima che, in tutti questi passaggi dal maschile al femminile e dal sé all’altro da sé, si deformano e tramutano in un’essenza e fisicità animalesche e bestiali, nell’accezione negativa e antropocentrica che si dà agli animali selvatici. Forse più che una metamorfosi un rivelarsi al mondo in tutta la propria brutalità, solitamente mascherata e addolcita dalla buona educazione umana.

Francesco Montanari si maschera e svela, cavalcando un ritmo serrato e la musicalità dei versi shakespeariani. Un flusso di coscienza costellato di sipari nel sipario, interpretazioni nell’interpretazione. Il testo teatrale di Gabriel Calderón ha una potenza viscerale e una capacità stimolante di stuzzicare la modernità e le sue debolezze. Una supplica finale cambia il tono dello spettacolo. Preceduta da una forte provocante invettiva nei confronti dei professionisti del teatro che nella storia hanno privato l’attore del proprio protagonismo creativo, trasformandolo in un semplice esecutore della volontà altrui, lui che è colui senza cui la parola teatrale non arriverebbe al pubblico, la preghiera finale porta con sé un registro struggente, un occhio di bue sulla condizione del teatro contemporaneo.

Qualunque idea si abbia sull’autorialità nel teatro e il corso che questo deve prendere, Storia di un cinghiale è un monologo travolgente ed entusiasmante che con sottile ironia illumina le crepe del nostro tempo e più in generale dell’umanità. Sotto i riflettori anche l’abnorme e il mostruoso che altro non sono che la vera immagine della realtà, occultati da maschere e belle parole. Riccardo III, come il Caligola di Camus (qui la nostra recensione dello spettacolo di Gennaro Duccilli) e altri celebri cattivi della letteratura, ci racconta in qualche modo l’autentico volto dell’umanità, celato per la vergogna e il disprezzo della natura propria e dell’esistenza stessa.

Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III

22 – 26 aprile 2026, Teatro India

liberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare
scritto e diretto da Gabriel Calderón
traduzione Teresa Vila
con Francesco Montanari

scene Paolo Di Benedetto
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda

foto Masiar Pasquali

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Carnezzeria

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