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Dentro Backrooms: i loop infiniti della mente

Backrooms elabora l’architettura della psiche in un horror labirintico dove tutto torna ma l’identità si disgrega in meandri di terrore

Ancora e ancora. Perdersi. In sé stessi. Labirinto spietato. Attimi stantii, marciscono i ricordi. Dov’è la via di fuga? Qui gli oggetti sono familiari eppure altrettanto estranei. Un non luogo di grovigli. Dispersi si arranca in una monotonia di forme e silenzi. Ombre mi dicono chi sono, ma non le comprendo. Mistero oscuro. Sempre gli stessi muri. Me ne lamento ma non saprei farne a meno, in fondo sono finito qui per mia scelta. Fuori i il pericolo. Dentro il minotauro. Che il mostro si faccia avanti. Un dedalo di pensieri, azioni, parole. Cortocircuito. È la mia vita o un mondo soprannaturale? Le sabbie mobili divorano qualsiasi traccia di vita. La bestia è costante, attende. Tutto si confonde. Chi sono io? Mi perdo in questi vicoli ciechi. Si distorce la coscienza. Dimentico tasselli di identità. Sono solo il ricordo del me di un tempo.

Credit: Courtesy of A24

Nel 2019 nasce il fenomeno virale delle Backrooms, che assume presto i connotati di un’immensa dimensione parallela fatta di spazi liminali – in questo caso stanza vuote e corridoi abbandonati- caratterizzati dal giallo smorto delle pareti e della moquette umida e identici l’uno all’altro, che disegnano un labirinto intricato da cui sembra non esserci uscita. Nel 2022 arriva la webserie di Kane Parsons che alimenta ulteriormente questa leggenda, nel frattempo entrata a pieno titolo tra i miti “creepypasta”, ovvero racconti horror brevi nati e diffusi sul web partendo da leggende metropolitane o storie di propria invenzione che finiscono per diventare fenomeni della cultura pop di internet. Infine A24 commissiona proprio al giovane Kane Parsons un film tratto dai suoi corti.

Non siamo più nel terreno del found footage – quella tecnica narrativa che presenta il film come un filmato amatoriale rinvenuto dopo la scomparsa o morte degli autori – anche se ne rimane una traccia, forse meglio dire un omaggio, nella prima sequenza. Camera a mano e soggettiva: l’apertura di Backrooms è incisiva e congrua alla tradizione inaugurata appunto dal suo regista. Poi il passo cambia: due personaggi stabili entrano in gioco. Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, lavora e vive nel retro di uno showroom di mobili e per elaborare la rottura con la sua ex si reca settimanalmente dalla sua terapista (Renate Reinsve) a cui successivamente confiderà l’esperienza surreale in delle stanze segrete a cui si ha accesso attraversando il muro dello scantinato del negozio.

Il film scandaglia i regni dell’inconscio con una potenza visiva non di poco conto alimentando una tensione perturbante assaltata da jumpscare. Il surreale diventa specchio dell’architettura della mente: muri, pareti, barriere e ricordi sono i pilatri portanti di un incubo esistenziale che prende la forma di un loop infinito. Schemi di pensiero, coazione a ripetere, ritorno del trauma: Backrooms parte da un presupposto decisamente angosciante, ovvero che è la psiche il vero labirinto soggetto a una ripetizione continua. Un reiterarsi di vecchi percorsi senza uscita. Backrooms pone una sfida ai suoi personaggi: aprirsi uno spiraglio di libertà, varcare un nuovo percorso. Ne saranno in grado?

Così questo luogo desertico e ambiguo assume la fattezze di un portale verso una dimensione interiore, a metà strada tra inconscio individuale e collettivo. Le Backrooms sembrano abitate da archetipi e ombre che infestano una realtà forse condivisa da più personaggi, anche se nulla nega la possibilità che sia solo una l’effettiva mente elaborante e le altre personalità semplici proiezioni dell’inconscio. Fatto sta che come in Barbarian di Zach Cregger ci sono dei passaggi di testimone significativi a cui si aggiunge l’ambiguità della prospettiva adottata.

Backrooms non è affatto un film sconclusionato o privo di logica: si parte dalla mappatura e materializzazione dell’inconscio per raccontare un processo di alienazione e smarrimento identitario dove la percezione di sé è confusa e la personalità si dissolve in echi di memoria, perdendo compattezza in un’identità frammentata. La coscienza rimane ma il prezzo è la dissoluzione in tracce residue di ricordi e autorappresentazioni distorte.

Non è tuttavia detto che si debba intendere solo in chiave psicoanalitica il film. Infatti anche la filosofia è sufficiente a decifrare, almeno in parte, questo mondo contorto: gli spazi liminari sono l’esistenza stessa in cui l’individuo cerca una propria ragione d’essere e al contrario si ritrova svuotato di sé stesso. In particolare pensiamo all’assurdo di Camus e alle reazioni che provoca nel soggetto che ci si confronta, come nel Caligola (qui la recensione dello spettacolo teatrale di Gennaro Duccilli e la poesia che ne è stata ispirata). Dunque discesa negli inferi della psiche o naufragio esistenziale, o magari entrambi.

Credit: Courtesy of A24

Certo è che Backrooms parla un linguaggio viscerale e perturbante che con le proprie sinistre allegorie ha la capacità di carpire le derive oscure della mente umana, mostrando e rivelando senza mai chiarire del tutto gli equilibri in gioco e il significato di figure e processi. Ipotizzare è possibile ma nel suo avere un senso nulla ha del tutto senso. Siamo nel terreno dell’onirico e orrorifico, questa potenza ancestrale di base rimane nonostante qualsiasi spiegazione possa essere data. La regia passa dalla frenesia nervosa del mockumentary a un’impostazione classica, che enfatizza silenzi e sospensioni, accelerazioni e rallentamenti. Così emerge un’imponente metafisica dell’inconscio, qualcosa di vagamente simile alla Loggia nera di Lynch e in generale all’universo di Twin Peaks.

Foto. Credit: Courtesy of A24

BACKROOMS di Kane Parsons – scritto da Kane Parsons e Will Soodik –
con Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell, Avan Jogia
(USA – 111′) – prodotto da A24 e da James Wan – distributore I Wonder Pictures

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