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Mother Mary e la trascendenza del subconscio

Mother Mary è un horror psicologico che trasforma in materia i turbamenti del subconscio aprendo la porta a una storia di fantasmi e identità smarrite

Da lontano qualcosa è in arrivo. Un residuo di un antico legame percorre strade, oceani per tornare dove batte ancora il cuore. Puoi reprimere e spezzare i vincoli del passato, ma lui torna. Gli spettri dei nostri veri sentimenti tornano sempre e reclamano la loro verità di esistere ed essere. Il distacco a volte è solo apparente e torna a tormentare la quiete dell’indifferenza.

Michaela Coel, Anne Hathaway
Credit: Photo by Eric Zachanowich. Courtesy of A24.

Un racconto allegorico potente, visionario e ipnotico, che abita il genere horror ma lo trascende al tempo stesso a favore di un respiro più ampio e contemplativo, entrando nel filone psicologico di film come Black Swan e The Others. Intenso e destabilizzante, è incentrato sulla figura di Mother Mary, una celebre pop star che sta per tornare sulla scena dopo un periodo difficile. Scontenta del suo costume si rivolge pochi giorni prima del concerto a una sua conoscenza passata, Sam Anselm, tanto cara un tempo quanto respingente adesso. Le due scopriranno di essere legate non solo da vecchi affetti e rancori, ma anche da qualcosa di infestante e pericoloso.

Criptico ed enigmatico, con Mother Mary i sentimenti prendono corpo e forma, si incarnano in una materialità sinuosa e leggera. La carnalità diventa porta d’accesso al mondo dell’inconscio, sintomo psicosomatico. Forte e viscerale, questo film accompagna in un viaggio di accettazione e perdono, cura e riconnessione, ma anche creazione e rinascita. La corporeità del sentimento si congiunge a una sua trascendenza e spiritualità, tesa al superamento del conflitto latente.

FKA twigs
Credit: Photo by Eric Zachanowich. Courtesy of A24.

Una storia di fantasmi prima di tutto interiori, all’interno di una cornice contraddistinta da una magnificenza visiva che riconduce a un’estetica decadente e simbolista, crepuscolare e gotica. Le forme della purezza e dell’oscurità si mescolano e il risultato è metafisico e surreale, tetro e sacro al contempo. Gli opposti coesistono nella figura di Mother Mary, così seducente e audace ma anche eterea ed evanescente, celestiale nella sua blasfemia.

La voce penetrante e profonda di Michaela Coel è un sentiero nel buio dell’inatteso – non sappiamo mai del tutto dove un film ci condurrà – la sua una fermezza ambigua, che da una parte argina l’inquietudine, dall’altra con il tono grave la alimenta. Lo sguardo è ascetico e fisso, non vacilla e va oltre, come se guardasse in profondità. Anne Hathaway invece sorprende con un’interpretazione che sfuma in una ricchezza espressiva che sostiene un’emotività viva e intricata. La percuotono frustrazione, sconforto, orgoglio, rammarico, fragilità, rabbia, paura, ansia, attrazione. Tutto questo groviglio di sentimenti compressi emerge in una violenta danza che rammenta per tipologia di movimento e rapimento emotivo i rituali di possessione spirituale.

Mother Mary è sull’orlo dell’annientamento e per ritrovarsi cerca un abito che possa esprimere quello che rimane di lei, l’essenziale, l’autentico; soprattutto cerca la sua vecchia casa, il porto sicuro che sa di aver perso e di cui ora ha disperatamente bisogno. I costumi che indossa quando si esibisce sfruttano body luccicanti, richiami al corsetto ottocentesco, tessuti in tulle e stoffe trasparenti e morbide, evocando forme liberty e un’evanescenza del sacro che confluiscono in una spiritualizzazione della natura in cui aleggia anche un richiamo alle divinità classiche.

Kaia Gerber, Sian Clifford, Anne Hathaway
Credit: Photo by Eric Zachanowich. Courtesy of A24.

La regia e la scrittura di David Lowery ancora una volta – pensiamo A Ghost Story con Rooney Mara e Casey Affleck- si inabissano nel fantasmatico per dare voce a temi di elaborazione e identità. Anche questa volta torna il tema della perdita, intesa non più come lutto e distanza dimensionale, ma come allontanamento e rimorso o anche smarrimento della propria autorappresentazione. Ancora una volta Lowery sorprende e incanta, spiazzando e affrescando un mondo emotivo e onirico immersivo e abissale, ricorrendo al potere dell’estetica per raccontare archetipi emotivi e il superamento di un conflitto esistenziale.

Mother Mary interpreta anche un altro tipo di rapporto, quello tra fan e celebrità. Descrive con precisione sensazioni e caratteristiche dell’esaurimento nervoso di chi porta in continuazione una maschera, di chi agonizza dietro un costume appariscente e lucente, perdendo di fatto sé stesso e diventando quello che gli altri vogliono vedere. Una condizione di vuoto interiore che ospita pertanto una presenza aliena, quella dello sguardo ossessivo dell’altro. Sam era fan e collaboratrice, costruttrice di immagine e ammiratrice. Che forse una seconda chiave di lettura sia che il fantasma è la sua visione di Mother Mary, che la spoglia e la veste continuamente a proprio piacimento senza preoccuparsi delle conseguenze sulla sua identità? Lo smarrimento della propria autorappresentazione e quindi dell’autostima e fiducia in sé è in questo caso il tipo di perdita a cui Lowery fa riferimento.

Il recupero dell’identità corrisponde anche al ritorno di una creatività che nasce dal confronto con i propri demoni interiori e da uno scontro – incontro con ciò che si ama e odia al contempo. La ferita che pulsa è l’opera che nasce. La catarsi la si vive affrontando il passato, una sorta di percorso psicoanalitico dalle fattezza mistiche. Dunque Lowery celebra anche la vitalità dell’arte e del processo creativo intesi come esperienza spirituale e introspettiva.

Questo film ha dentro sé più chiavi di lettura, un valore aggiunto che ne sancisce l’enorme potenza evocativa e l’universalità di un linguaggio allegorico e poetico che spinge al ragionamento e alimenta nello spettatore risonanze e immagini fortemente suggestive.

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