Masters Of The Universe e la ridefinizione dell’eroismo in un’esplosione di ironia e vitalità circoscritta in un’estetica camp
L’immaginario fantastico di Masters Of The Universe arriva al cinema con il film live-action diretto da Travis Knight (Kubo e la spada magica, Bumblebee), che riporta sul grande schermo i personaggi del celebre brand di giocattoli Mattel degli anni ’80. Il principe Adam è un bambino fragile ed emotivo che non ama l’arte della guerra a differenza dei suoi coetanei e di quanto vorrebbe suo padre il Re, quando un giorno il crudele demone Skeletor conquista la sua patria, la meravigliosa Eternia. Obbligato a fuggire sulla Terra per proteggere la Spada del Potere, da lui poi persa durante il viaggio interstellare, Adam cresce come un comune umano. Senza poteri e persone che credano alle sue parole, si sente emarginato e solo, fino a quando un giorno ritrova la spada e fa ritorno su Eternia, dove tutto è cambiato.

Prima che un eroe un essere umano. La permanenza sulla Terra ben si adatta alla predisposizione naturale di Adam, pacifica e incline al dialogo piuttosto che alla lotta fisica. Masters Of The Universe è un film che instaura una dialettica tra forza bruta e sensibilità trovando una sintesi nella ragionevolezza di un eroe empatico, allineato al sentire comune del nostro tempo. Solleva un interrogativo importante: possiamo ancora inneggiare spensieratamente alla brutalità della guerra in un’epoca consapevole del peso della violenza?
Così il film sovraccarica intenzionalmente di provocazioni volte a esaltare eccessivamente le imprese guerriere per poi sfatare il mito del supereroe classico a favore di una maggiore maturità intellettiva ed emotiva. Gioca con le inclinazioni del cinema moderno, ad esempio quella di indagare e svelare la complessità interiore del villain e riscattarlo, ma Skeletor non è Loki e non è detto possa essere salvato.
Entrano in campo la psicologia, il politicamente corretto e le strategie di gestione delle risorse umane, al punto da sconfinare in un approccio didascalico leggermente ridondante che appesantisce azione e dialoghi ma che tutto sommato si coniuga bene in un film così postmoderno e strabordante di ironia. Un pastiche accattivante e giocoso, intriso di citazionismo. Oscilla tra il prendersi troppo sul serio e il vertere del tutto sull’umorismo stile Marvel. Trova tuttavia un compromesso abbastanza efficace tra i due estremi inserendoli in un’estetica camp che rifiuta la sobrietà a favore della spettacolarità.
Travis Knight con questo film ridefinisce il concetto di eroicità trovando un equilibrio tra nostalgia anni ‘80 e assimilazione delle istanze moderne. La palette cromatica è estremamente viva e satura e impostata su una divisione netta tra i colori accesi, vivaci e fluorescenti delle forze del bene e quelli cupi, tenebrosi e acidi dell’esercito malvagio. Un ulteriore sovraccarico, visivo questa volta, che bombarda la percezione dello spettatore e lo trascina in universo di contrapposizioni estreme, in antitesi paradossalmente con quell’introspezione psicologica a cui didascalicamente il film invita. Come se Eternia fosse una dimensione allegorica dove le regole della Terra non valgono del tutto e i suoi eroi e cattivi fossero davvero eroi e cattivi.
Skeletor (Jared Leto) si pavoneggia compiaciuto della propria crudeltà con fare da mattatore istrionico. Adam/ He-Man, interpretato da Nicholas Galitzine, gestisce l’ambivalenza del suo ruolo che lo vuole imbranato e vulnerabile alle volte, forte e spavaldo altre. Lo affianca una carismatica Camila Mendes e un Idris Elba imprevedibile nelle metamorfosi del suo personaggio austero e impavido. Nel cast anche Alison Brie con le sfumature malefiche della sua Evil-Lyn, Morena Baccarin e Charlotte Riley.

Gli eroi anni ’80 si ritrovano così protagonisti dei giorni d’oggi creando un ponte dimensionale tra mondo reale e fantastico. Come con Barbie il sintetico prende vita e seguendo gli stilemi del pop e della corrente camp si contraddice spesso e volentieri negli intenti e allo stesso tempo afferma una propria mitologia cinematografica che si inserisce in pieno nello spirito del cinema postmoderno e ne diventa quasi un emblema. La colonna sonora vede il contributo prezioso di Brian May: veri gioielli acustici i suoi assoli di chitarra. Il suo sound è presente in diverse tracce della soundtrack e lo si nota soprattutto nel brano Eternia, composto da Daniel Pemberton.




